Giraffa a Pompei

Voi mangereste carne di giraffa? Con ogni probabilità gli abitanti di Pompei, o meglio una cerchia ristrettissima di abitanti della cittadina scomparsa a causa dell’eruzione del Vesuvio, si!

Magari furono solo due le persone che si fecero servire, stando mollemente adagiati sui loro triclini, un bel piatto di carne di giraffa!

(foto da romanoimpero.com)

Sarebbe interessante capire come la gustarono. Magari dovremmo andare a recuperare una delle ricette del famoso Apicio, il gastronomo del I secolo d.C. che secondo Seneca fu si un maestro ma rovinò un’intera epoca con la sua cucina. Ad Apicio è stata attribuita la realizzazione del De Re Coquinaria, un testo suddiviso in dieci libri contenente circa 464 preparati tra ricette e salse. In realtà la versione che noi conosciamo è tarda, è stata addirittura assemblata da amanuensi di epoca medievale che aggiunsero una serie di preparati, soprattutto salse, ma, come si suol dire, questa è un’altra storia.

Tra i libri del De Re Coquinaria, uno, in particolare, il VII, spicca per le sue stranezze; una serie di ricette prelibate hanno come ingrediente principale alimenti esotici o decisamente insoliti: dai calli di cammello alle lingue di fenicottero. Risulta talmente particolare il contenuto di questa parte del testo che tanti studiosi hanno pensato che contenesse ricette inventate di sana pianta. Tutto questo andava a confermare l’estrosità e la stranezza attribuita al nostro gastronomo romano dai suoi contemporanei (pensate che si racconta che si suicidò perché non aveva più sesterzi a sufficienza per mantenere i suoi vizi culinari).

Eppure, il ritrovamento di resti di giraffa a Pompei, potrebbe riabilitare anche il libro delle prelibatezze di Apicio: nessuna stranezza del gastronomo. Questo e altri ritrovamenti, come appureremo a breve, attesterebbero semplicemente un dato semplice: chi poteva permetterselo andava alla ricerca di un gusto esotico tramite alimenti non così comuni e facili da reperire dalle persone di estrazione sociale bassa. In fondo il cibo era, ed è, un indicatore di appartenenza a una classe sociale piuttosto che un altra oltre che essere il ben noto elemento di distinzione culturale. Pensate a quello, se pur enfatizzato, che Petronio mette in scena con il famoso banchetto di Trimalcione.

Pompei regala sempre delle sorprese, ora come in passato. Ad esempio nel 2014 fu presentata al convegno annuale dell’Archeological Institute of America dell’American Philological Association di Chicago una scoperta che ci aiuta a comprendere più a fondo le abitudini alimentari dei Romani.

Nei pressi della Porta Stabia, un team di archeologi dell’ American University of Cincinnati ha condotto per una decina di anni ricerche, su diverse abitazioni presenti in quella zona, non dimenticando di analizzare accuratamente anche i resti rinvenuti nelle latrine e nei pozzi di fogna.

Porta Stabia, Pompei

I risultati sono stati sorprendenti. Prima di tutto le informazioni ricavate sull’insediamento abitativo: tracce evidenti di abitazioni e strutture commerciali (da negozi a taverne) risalenti al IV secolo a.C.

E poi, udite udite, in un pozzo di fogna è stato ritrovato un osso di giraffa, unico ritrovamento fino ad oggi rinvenuto di questa specie di animale in un insediamento o in un contesto archeologico di epoca romana sul suolo italico.

Insieme a uova, olive, lenticchie e noci, sono stati ritrovati anche resti di fenicotteri e spezie provenienti dall’Indonesia; quindi sui vassoi degli aristocratici avremmo trovato sia la presenza di prodotti “poveri” e locali sia di prodotti di importazione da terre lontane. Si può desumere, quindi, che il menù dei pompeiani (non di tutti, ribadiamo) fosse articolato e variegato.

Una giraffa non farà primavera, i resti di fenicotteri non faranno il libro VII di Apicio però è innegabile che continuino a fornirci spunti nuovi sulla conoscenza anche di culture e civiltà che pensiamo di conoscere “come le nostre tasche”.

(immagine in evidenza da romanoimpero.com)

(da romanoimpero.com)

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