Vino, allegria e…

L’associazione canonica è con l’euforia. La perdita dei freni inibitori a tal punto da aver coniato il detto: “in vino veritas“. Il vino è associato all’allegria, alla perdita di controllo, a Dioniso, a Bacco.

Innumerevoli sono i riferimenti letterari al vino, consumato sempre in un contesto di rilassatezza e divertimento.

Anche l’arte celebra il vino tramite il greco Dioniso e il romano Bacco e anche in questo caso la scena che si presenta ai nostri occhi è caratterizzata da alcuni elementi legati a quell’ebrezza contenuta che il vino, assunto con la giusta moderazione può portare. La divinità legata al vino è solitamente un giovane con i lineamenti dolci, coronato di foglie di alloro e d’edera; grappoli d’uva, una coppa in mano, personaggi danzanti intorno o mollemente sdraiato su un triclinio. Lui, il dio del vino che si gode il momento grazie alla sua preziosa bevanda.

A tutto questo fanno da contraltare i riti dionisiaci, in ambito greco o i baccanali nel mondo romano. Il rovescio della medaglia, il consumo smodato della bevanda che porta a una degenerazione, vissuta però quest’ultima come un viaggio mistico. Una cosa è certa: questi riti travalicarono alcuni limiti, a tal punto che nel II secolo a.C. il culto di Bacco fu notevolmente ridimensionato, ufficialmente fu svuotato del suo aspetto misterico e lasciato solo in ambito propiziatorio. Ufficialmente. Poi chissà.

Magari il collegamento tra il vino e la morte potrebbe essere il riflesso, il residuo di alcuni elementi legati proprio a quei culti prima di Dioniso e poi di Bacco.

Vediamo se un legame con la morte lo troviamo.

La nostra storia ha inizio con Dioniso, ennesimo figlio illegittimo di Zeus avuto da Semele (la madre più accreditata nel mito). Dioniso arrivato nelle isole dell’Egeo cercò una barca per continuare la sua navigazione. Trovò un accordo con alcuni marinai; questi, però, nella realtà dei fatti, si rivelarono come dei pirati che cercarono di vendere il dio come schiavo. Dioniso da divinità che era trovò subito una strategia difensiva: trasformò l’albero maestro della nave in una pianta di vite, trasformò se stesso in un leone , fece arrivare in suo soccorso altre belve feroci che venivano comandate dal suono di un flauto. Risultato: finti marinai in fuga.


Da questa vicenda, con ogni probabilità nascono i riti dionisiaci che ripropongono in modo allegorico e simbolico la vicenda di Dioniso. Enfatizzando alquanto la vicenda: cortei di donne e uomini ebbri di vino indossano pelli di animali e danzano in modo frenetico al ritmo di tamburi e al suono di flauti. La parte finale del rito prevedeva la caccia e l’uccisione di un animale selvatico.

Nel mondo romano Dioniso era conosciuto come Bacco; i riti dedicati a Bacco erano denominati baccanali ed erano caratterizzati da elementi più erotici e cruenti.

Tra le varie, c’è una tradizione non verificata, che collega la festa di Bacco (17 marzo) addirittura alla festa del papà (19 marzo) e al consumo delle zeppole (!). Questa è un’altra storia, ma giusto per accennarla, pare che dopo che la messa a bando dei baccanali (versione strong) i riti propiziatori consumati in onore di Bacco prevedessero il consumo del vino e di frittelle di farina di grano (le proto zeppole).

Torniamo al vino e al suo collegamento con il mondo dell’aldilà.

In molti sarcofagi romani troviamo scene realizzate con evidenti accenni alla vite e al vino che si ricollegano ad alcune usanze che i Romani erano soliti attuare, sia in ambito dei vivi sia per il mondo dei morti.

Iniziamo dai vivi. Solitamente prima di libare i Romani erano soliti versare un po’ di vino (alcune gocce erano sufficienti) sul pavimento in modo da ingraziarsi e propiziarsi i defunti e le divinità degli inferi. Spesso gli stessi mosaici erano realizzati già con delle immagini di alimenti e bevande, questo perchè si ipotizzava che sotto il triclinio dimorassero queste entità dell’altro mondo. Sempre in quest’ottica il cibo che cadeva veniva lasciato a terra.

In letteratura abbiamo diversi accenni di questa pratica, uno tra tutti il famosissimo banchetto di Trimalcione, il personaggio inventato e protagonista del Satyricon di Petronio.

“Stava pronunciando queste parole, quando arrivò il canto di un gallo. Turbato da quel suono,
Trimalcione fa versare del vino sotto il tavolo e anche sulla lampada. Poi, passandosi l’anello
alla mano destra, disse: «Se questo trombettiere ha dato l’allarme non può non esserci un
buon motivo: mi sa che sta per scoppiare un incendio o qui intorno qualcuno è lì lì per esalare
l’anima. Vade retro da noi! Chi mi trova questo profeta del malaugurio si becca una bella
mancia».”

Continuiamo ad usare Trimalcione come traghettatore ad interim tra il mondo dei vivi e il mondo degli inferi.

“E provvedi a che la tomba sia larga trenta metri e lunga sessanta. Poi voglio che intorno alle
mie ossa ci siano frutti di ogni tipo e viti in abbondanza. Infatti mi sembra una vera assurdità
avere case eleganti quando si è vivi, e non curarsi affatto di quella in cui ci tocca vivere più a
lungo. Ed è proprio per questo che voglio, prima di ogni altra cosa, che sulla mia tomba ci sia
scritto: Questo sepolcro non passi agli eredi . “

Forse, proprio questa affermazione di Trimalcione potrebbe essere la cartina di tornasole “Infatti mi sembra una vera assurdità avere case eleganti quando si è vivi, e non curarsi affatto di quella in cui ci tocca vivere più a
lungo.” Il discorso si declina anche sugli usi e i costumi e ovviamente anche sulle abitudini alimentari, vino compreso.

Infatti, spesso le sepolture romane (varie a seconda delle epoche come forma e come modalità di trattamento del defunto) presentavano spazi in stile casa, con forni e pozzi, costruiti presso le tombe, che venivano utilizzati per i cosiddetti banchetti funebri. E poi triclini, sedili e mense. Anche il defunto aveva diritto a partecipare in modo attivo a tali momenti ed ecco la presenza di fori per far arrivare al defunto i resti del cibo del banchetto e le bevande. Ne parla Virgilio (Aen., V, 76- 77) ma sono state trovate numerosissime attestazioni, evidenze in tutto il mondo romano.

Dalle sepolture singole che prevedevano un vero e proprio passaggio per alimenti e bevande realizzato con un’anfora tagliata in prossimità del piede o il tubo veniva realizzato con due coppi messi insieme; per le sepolture collettive, in caso di tombe a camera, il passaggio era ricavato nel pavimento in modo da raggiungere simbolicamente tutti i defunti presenti nella sepoltura.

Forse, man mano che siamo andati avanti nella lettura di questo post, l’opinione che ci siamo fatti e che i riti dionisiaci/baccanali non siano tanto il collegamento vino – morte. Probabilmente è più l’attitudine godereccia di Trimalcione a fornirci il comune denominatore giusto e la necessità di continuare a libarsi anche nel mondo degli inferi.

Troviamo la giusta via di mezzo: tutte le necessità umana subiscono a un certo punto un arricchimento simbolico e l’atto viene ammantato dall’elemento culturale o religioso (nel’accezione moderna del termine).

Facciamo un ultimo passaggio, quello del refrigerium. Direte, ne abbiamo appena letto alcune righe a tal proposito.

Si, ma la pratica del refrigeium nonostante fosse fortemente avversata dai Padri della Chiesa fu ampiamente adottata anche in ambito cristiano nei primi secoli del nuovo credo fino addirittura all’alto medioevo. Strada facendo, però, il rito funerario del banchetto divenne sempre più simbolico e il vino, da bevanda inebriante e legata ai momenti di rilassatezza, diventa il famoso sangue di Cristo della liturgia cristiana.

Ma il banchetto funerario per il defunto scompare?

Riavvolgiamo il nastro:

La morte e la sua fenomenologia sono state affrontate dalle civiltà del passato con concezioni e pratiche diverse. La codificazione dei riti di sepoltura, le modalità di trattamento rituale del cadavere, l’elaborazione di miti sull’aldilà e del destino del corpo sono temi ai quali ogni civiltà ha fornito una propria riflessione, esplicitata grazie alla sensibilità sviluppata sul tema della morte e la messa in atto dalle tecniche predisposte al servizio del defunto.
Gli studiosi hanno registrato numerose peculiarità nelle pratiche funerarie susseguitesi nel corso dei millenni, ma un elemento, che travalica i secoli e i territori, pare accomunare tutte le antiche civiltà: il cibo e la necessità di nutrire il defunto.
Nel contesto funerario, il banchetto o la libagione rappresentano il denominatore comune delle pratiche funerarie.
A partire dall’ Antico Egitto sino agli albori del Cristianesimo, il banchetto diventa non solo un elemento di ritualità, ma una vera e propria esigenza che i vivi devono soddisfare per i morti.
Le offerte non consistono solo di singoli alimenti, ad esempio il miele che intasava i condotti per le libagioni di una sepoltura ad Ebla, ma di veri e propri preparati a tal punto da far ipotizzare che l’arte gastronomica, già presente nelle antiche civiltà, si sia sviluppata anche per le dimore eterne.
Il contesto funerario, oltre a presentare cibo all’interno del corredo, è caratterizzato dalla presenza della raffigurazione del banchetto funerario, il totenmahal.
L’iconografia del banchetto, al netto delle variazioni stilistiche, evidenzia una continuità simbolica nei millenni.
Si registra il passaggio del banchetto dal mondo pagano al mondo cristiano fino alla sua sostituzione con l’eucarestia durante la celebrazione del rito funebre, abbandonando così i ‘refrigeria’ cristiani, libagioni o veri e propri pasti comunitari, presso la sepoltura, che per Sant’Agostino facevano trascorrere intere giornate in “abundantia epularum et ebrietate”.
Nella realtà dei fatti, l’eucarestia durante il rito funerario, non sostituì la tradizione del banchetto che, ad esempio, in Italia era ancora diffusa nell’Ottocento.

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