Riti, credenze e vino

Riti e credenze funerarie, ma l’importante era avere la pancia piena e la gola non secca. L’enorme quantità di oggetti afferenti alla sfera della vita quotidiana con relative prelibatezze alimentari ritrovate nelle sepolture delle antiche civiltà, forniscono le prove della credenza, diffusa in molte “religioni” antiche”, che gli uomini e le donne, dopo il passaggio dalla vita alla morte, conservassero lo status di “esseri coscienti”. Per tal motivo: dovevano mangiare!

Come non ricordare, a tal proposito, i famosissimi corredi funerari dell’antico Egitto colmi di cibo e bevande?

In merito all’esigenza del ristoro, siamo a conoscenza delle diverse manifestazioni che gli antichi Romani compivano nei confronti dei loro defunti. Ad esempio, c’era l’epulum, un banchetto che si svolgeva nel luogo della sepoltura; ospite d’onore: il defunto, ovviamente. Non era un avvenimento una tantum; infatti, diverse erano le occasioni in cui sarebbero stati organizzati tali momenti conviviali. Un banchetto poteva essere realizzato o per qualche ricorrenza strettamente legata al defunto o in occasioni di feste comuni, come i parentalia a febbraio o le violaria di marzo o le rosaria.

Certo, non avremmo assistito a banchetti caciaroni, ma neanche a veglie funebri con pasti annessi; il tutto si sarebbe svolto all’insegna dell’ hilaritas e della dignitas, insomma un “volemose bene” diffuso.

Si conosce meno l’abitudine cristiana del refrigerium (e non solo), manifestazione attestata dai ritrovamenti archeologici che confermano le diverse fonti che ne hanno lasciato traccia scritta; cito ad esempio le informazioni che si possono desumere da Agostino, Prudenzio e Paolino.

Paolino di Nola ci racconta che la gente comune credeva realmente nel godimento e nella gioia provata dai defunti nel momento in cui questi sarebbero stati bagnati dal vino (Carme 27, 563-567) nell’atto del refrigerium. Nonostante fossero cambiate le credenze in merito al destino finale dei defunti, per i primi cristiani l’anima del morto doveva trovare giovamento grazie alle prelibatezze quali vino, latte e miele serviti in aggiunta a veri e propri pasti. Esisteva un luogo, definito genericamente cellae, che veniva realizzato e utilizzato appositamente per tali “cerimoniali”.

Nelle catacombe sono state ritrovate iscrizioni e scene che descrivono tali pratiche insieme a numerose mensae, delle lastre solitamente semicircolari sulle quali venivano consumati i banchetti funerari.

Tali riti, inizialmente accettati, iniziarono a essere visti in malo modo dagli alti vertici della Chiesa, soprattutto il refrigerio a causa dell’uso smodato del vino. Tale avversione si registra dal V secolo in avanti.

C’è un passo delle Confessioni di Sant’Agostino molto interessante, perché offre diversi spunti e documenta come tali riti fossero diffusi e popolari:

“un giorno mia madre, secondo un’abitudine che aveva in Africa, si recò a portare sulle tombe dei santi una farinata, del pane e del vino. Respinta dal custode, appena seppe che c’era un divieto del vescovo, lo accettò con tale devozione e ubbidienza, da stupire me stesso al vedere la facilità con cui condannava la propria consuetudine ancorché discutere la proibizione del vescovo. Il suo spirito non era soffocato dall’ebrietà né spinto dall’amore del vino a odiare il vero, mentre i più fra i maschi e le femmine all’udire il ritornello della sobrietà vengono assaliti dalla nausea che prende gli ubriachi davanti a un bicchiere d’acqua. Quando portava lei il canestro con le vivande rituali da distribuire agli intervenuti dopo averle assaggiate, poneva davanti solo un calicetto di vino diluito secondo le esigenze del suo palato piuttosto sobrio per riguardo verso gli altri; e se erano molte le sepolture da onorare, portava intorno quell’unico, piccolo calice da deporre su ogni tomba, e in quello condivideva a piccoli sorsi con i fedeli presenti un vino non solo molto annacquato, ma anche molto tiepido…” (Confessioni, 6)

Insomma, al netto di Egizi, Romani o Cristiani, ciò che conta è gustare del buon vino!

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