Immagini si, ma non sacre. Forse.

Come hanno affrontato le tre religioni abramitiche o del Libro la questione immagini nella loro storia?
Quella ebraica in maniera molto semplice: divieto assoluto.
Per le altre due, in modo diverso, la situazione si è sviluppata nell’arco della loro storia.

Uno delle affermazioni più ricorrenti e errate che si sente sull’arte islamica è: “Nell’arte islamica si denota la totale assenza di immagini”.
Una generalizzazione eccessiva, che non corrisponde assolutamente al vero, perché, se esistente la presunta aniconicità dell’arte islamica, come giustifichiamo l’esistenza di tutte le meravigliose miniature islamiche realizzate nei secoli?.
Bisogna introdurre dunque una prima suddivisione: immagini sacre e immagini generiche.
Nonostante questo, la questione è comunque controversa e va affrontata dall’inizio, ovvero cercare nel Corano la presunta proibizione di realizzare immagini.

Se si leggono attentamente tutti i passi coranici, da nessuno di essi emerge con sicurezza che il Profeta Muhammad condanni le immagini.
Un unico passo suscita alcuni dubbi (XXII, 31), in cui il Profeta raccomanda di vietare le impurità degli awthan; un termine che vocabolo potrebbe identificare sia la parola immagine sia il vocabolo idolo.
Seconda questa interpretazione, magari, si potrebbero giustificare le distruzioni di statue di “presunte” divinità. Ma appare inesistente nel Corano una proibizione di immagini profane, non legate direttamente al culto.
Come nasce questa presunta iconoclastia islamica? Bella domanda. Non la ereditano dagli arabi abitatori della penisola arabica prima dell’avvento dell’Islam; queste popolazioni avevano una grande ammirazione per le immagini, sia quelle dei templi sia quelle delle chiese. Diventa difficile sostenere che l’Islam abbia ereditato da loro lo spirito anti iconico, anzi questo presunto odio.

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(Adam and Eve expelled from Paradise, from Topkapı Persian Falnama Islam Art, Book)

Posso affermare che la proibizione è soprattutto legata alle immagini sacre e ai luoghi di culto.

Dove riscontriamo un’ostilità da parte della tradizione islamica nei confronti della rappresentazione figurata? Dal Corano no, e allora scomodo gli haddith, i detti, un nucleo infinito e vasto di affermazioni che si fanno risalire al Profeta e che insieme al Corano rappresentano le basi su cui anche le scuole giuridiche islamiche si muovono (sto sintetizzando) .
Due le affermazioni chiave: “Gli angeli non entreranno in una casa ove è un cane, né in quella dove sono delle immagini” e “Nel giorno della resurrezione il più terribile dei castighi sarà inflitto a coloro che avranno imitato gli esseri creati da Dio: si dirà loro, date vita a queste creazioni.”

Provo a fare una brevissima carrellata di alcuni episodi storici legati alla presunta iconoclastia islamica collocati in un arco temporale preciso, VII secolo circa con un parallelismo anche con quanto stava capitando sul territorio bizantino sulla questione immagini sacre.

Il governatore d’Egitto ‘Abd al – ‘Aziz ibn Marwan, fratello del califfo ‘Abd al- Malik, tra il 686 e il 689, fa distruggere tutte le croci d’oro e d’argento cristiane presenti sul suo territorio. In questo caso non si tratta di una vera e propria azione iconoclasta islamica, forse è più afferente alla sfera dell’intolleranza nei confronti dei cristiani; infatti, dopo aver fatto rimuovere le croci, fa apporre su tutte le chiese del Cairo e dell’alto Egitto la dichiarazione di fede islamica.
Qualche decennio dopo, sempre in Egitto, si registra la promulgazione di un editto, da parte del califfo Yazid II ibn ‘Abd al-Malik, che prevedeva la distruzione delle immagini cristiane. Siamo tra il 720 e il 723.
Interessante evidenziare che questi due episodi, rispetto alla vastità dell’ecumene islamica, siano circoscritti solo all’Egitto.

Diversa rispetto a quella islamica è l’avversione delle immagini da parte cristiana.
Se dal versante islamico è acclarata un’avversione nei confronti della riproduzione di immagini perché è un tentativo di emulare la creazione degli esseri viventi, riservata solo a Dio, a Bisanzio, l’interdizione delle immagini sacre riguarda solo i riti e il culto.
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Posizioni diverse e molto distanti, ma non si può escludere che una certa influenza possa esserci stata. Ad esempio, nel 726 l’imperatore bizantino Leone III ordina la distruzione di un’immagine di Cristo presente all’ingresso del suo palazzo e la fa sostituire con una croce con un’iscrizione: “ L’imperatore non può ammettere un’immagine del Cristo senza voce, senza soffio”.
Nel 730 Costantino V, figlio di Leone III, decreta la proibizione delle icone, sostenendo che l’immagine è vera solo se l’immagine stessa e colui che rappresenta sono consustanziali.
Affermando ciò, nessuna immagine può essere considerata consustanziale, ossia identico quanto alla sostanza e alla natura.
Tra il 780 e l’813 viene ripristinato l‘uso delle immaggini sacre, nell’813 Leone V reintroduce l’iconoclastia fino all’843 quando Michele III reintroduce l’immagini sacre e fa coniare una moneta con l’immagine di Cristo.

L’atteggiamento delle tre religioni abramitiche legate alla rappresentazione delle immagini, vede alla fine due di queste, ebraismo e islam proibire le immagini sacre, mentre nel il cristianesimo, salvo un breve e determinato periodo, le immagini sono proliferate e proliferano ancora.

“[…] “Sulla facciata della moschea Mihmandar ad Aleppo si scolpirà un’iscrizione che dice “ Maledetto chiunque produrrà presso questa moschea un oggetto che possegga vita, chiunque innalzerà la statua di un essere vivente […] a colui che farà ciò si applicherà integralmente la parla del Profeta: gli autori di tali immagini saranno torturati sino al giorno della resurrezione e sarà detto loro di dar vita a ciò che hanno creato”.
E’ la parola che cinque secoli prima era stata detta per un desiderio, di più profonda, di più pura vita religiosa, e che ora la bestia ripete col ghigno del fanatismo.”

Il passo sopra citato è stato scritto da Ugo Monneret de Villard, nel 1966, ingegnere, archeologo e studioso italiano. Pochi conosceranno Monneret de Villard, perché nonostante l’alto valore scientifico dei suoi lavori, apprezzati a livello internazionale, in Italia fu scarsamente riconosciuto perché considerato, ad esempio, «ultra-strzygowskiano» da alcuni detentori del potere del sapere e quindi non degno di poter dire la sua all’interno della sfera dei bizantinisti. Ma questo è un altro discorso.

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