L’annoso problema dei diacritici di G.U.

Attingendo dalla definizione proposta dalla Treccani, alla voce “segni diacritici” si apprende che “nella lingua scritta, i segni diacritici sono lettere che non corrispondono a un suono, ma servono soltanto a determinare (dal greco diakritikòs ‘che distingue’) la giusta pronuncia di un’altra lettera o gruppo di lettere.”
L’annoso problema dei segni diacritici affligge molti studiosi dell’antichità. Soprattutto quelli che devono confrontarsi con lingue morte e civiltà lontane. Nel momento in cui, abbandonato il proprio scrittoio, ci si deve rivolgere all’esterno, ecco che scatta la sensazione di immobilità: li metto o non li metto? Il buon senso vorrebbe che, a seconda degli ambiti a cui ci si sta rivolgendo, li si usi o meno. Si sta scrivendo un articolo per una rivista scientifica e che verrà letta solo da tuoi colleghi che non vedono l’ora di appuntare la mancanza di qualcosa? (come se tutto il mondo accademico fosse lì pronto a leggerti?) Si sta scrivendo un libro che sarà usato come testo di riferimento per le proprie lezioni universitarie? Si sta scrivendo il saggio che sconvolgerà le conoscenze e bisogna non essere attaccati su dimenticanze sciocche per non distogliere l’attenzione dal cuore del discorso? In quel caso, usando i font giusti, comunemente accettati da chi deve pubblicare, la soglia di attenzione deve essere alta.
diacritici
Però, devi scrivere un testo per una mostra, un evento rivolto al grande pubblico che poi un grafico deve prendere ed elaborare? O il testo deve essere consegnato a un ufficio stampa che verrà poi girato a un giornalista che forse neanche lo guarda e lo pubblica? Non bisogna pensarci su neanche un minuto: mettere tutto in corsivo (se proprio dobbiamo utilizzare alcuni termini) e via, basta paranoie.
E se arrivassero critiche? Dovessi trovarmi in una situazione del genere e uno studioso (che merita una risposta, ovviamente) contestasse l’assenza di segni diacritici in un comunicato stampa che “esce da un museo” e che finisce su una rivista che usa un font che certamente non avrà tutti i diacritici, risponderei, in modo garbato e gentile ma lasciando spazio all’uomo medio che alberga in me: per alcune lingue che definire ormai morte è dir poco, di cui non abbiamo lontanamente l’idea se il suono fosse quello o meno e che per convenzione noi “moderni” si è deciso di “farle suonare” in un certo modo…ma di cosa stiamo parlando?
Generoso Urciuoli

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