Incomprensioni egizie di G.U.

(articolo già pubblicato nel 2013 su Egittologia.net)

Spesso dietro un mistero c’è la pigrizia. La pigrizia dei cosiddetti esperti che prende il sopravvento a causa della noia di mettersi, per l’ennesima volta, a raccontare che in realtà le cose non sono proprio così come sembrano e i contesti sono importanti per spiegarne il perché.
Lo studio dell’antico Egitto è colmo di pigri contrapposti a un numero nettamente maggiore di iperattivi ciclici: a ondate di circa tre anni, nuovi curiosi si imbattono in nuovi misteri (in realtà sono sempre gli stessi argomenti, ma essendo vissuti per la prima volta risultano nuovi).
I pigri non sono pigri perché intrinsecamente pigri: spesso sono pigri per “spocchia” accademica (appartenere a una piccola élite, che detiene “quel sapere” non condivisibili pare essere situazione molto interessante) o semplicemente perché riuscire ad applicare una semplificazione eccessiva (che aiuterebbe notevolmente a placare l’iperattivo) non è cosa semplice o alla portata di tutti.
L’antico Egitto, da questo punto di vista, è un terreno minato: quando si tenta di analizzare un qualsiasi aspetto di questa civiltà, ci si trova sempre nella difficoltà di dover semplificare e sintetizzare oltre tremila anni di trasformazioni ed evoluzioni. A questo va aggiunto l’immaginario collettivo e i concetti ormai radicati su questo popolo e che difficilmente potranno essere cambiati.
Triste rassegnazione.

La soluzione ci sarebbe, ma bisogna non appartenere alla categoria elitaria dei pigri e:
– spiegare senza essere condizionati dall’elenco smisurato di “nomoni” altisonanti che si sono o si stanno confrontando su quell’argomento;
– non incappare nell’ansia da prestazione;
– sapere che necessariamente qualche dettaglio non potrà essere approfondito.

Nessuno ne soffrirà, certamente non gli antichi Egizi sui quali si è detto già tutto, il contrario di tutto e chissà quali altre novità ci aspettano.

Ad esempio, partiamo da un’immagine comune (sia visiva che concettuale): la mummia.
Sull’identificazione della mummia egizia, siamo quasi tutti concordi: un corpo imbalsamato di un antico abitante della valle del Nilo avvolto in bende con le braccia posizionate lungo il corpo oppure incrociate sul petto, contenuto all’interno di una o più casse antropomorfe che seguono il profilo del corpo inserite in altre casse a forma di parallelepipedo.
Quello appena descritto è solo una tipologia di “trattamento” riservato al defunto a partire “solo” dal Nuovo Regno in avanti, circa millecinquecento anni prima di Cristo.
Dall’epoca predinastica fino alla fine del Medio Regno, il defunto è stato in un primo momento deposto in posizione rannicchiata su un fianco, poi disteso ma sempre su un fianco: quello sinistro.
Il contenitore ha seguito il proprio contenuto: nelle epoche remote, il corpo veniva posizionato all’interno di semplici fosse scavate nel terreno con forma che è variata da circolare a rettangolare. Poi è stata utilizzata una piccola cassa rettangolare, corta e stretta che ha lasciato il posto alla cassa lunga e stretta, fino ad arrivare al nostro bel sarcofago a forma umana.
Anche per l’imbalsamazione la vicenda non si risolve in fretta: inizialmente alla conservazione del defunto ci pensava il terreno arido e secco (mummificazione); in un secondo momento, da quando gli antichi Egizi hanno iniziato a utilizzare un contenitore, o in legno o in argilla. Il corpo non rimaneva più integro e per preservarlo hanno iniziato a sperimentare le varie azioni che poi sono diventate a noi tutti famose e facenti parte di quel complessisimo procedimento dell’imbalsamazione.

download
Perché tutti questi cambiamenti? Le cose variano nel corso del tempo. Mode, credenze, usi e costumi si trasformano. Non si può escludere a priori che in ben tremila anni, ovvero circa 1.095.000 giorni di civiltà in un territorio vastissimo su cui oltre 300 sovrani hanno regnato e “qualche” milione di persone ha vissuto (e per vivere si intende: muoversi, pregare, mangiare, lavorare, costruire, produrre, ammazzare), tutto sia rimasto uguale senza nessun cambiamento. Sarebbe presuntuoso pensare che solo la nostra attuale civiltà, vista l’alta tecnologia raggiunta, sia in grado di cambiare: variano le tempistiche, la velocità con cui si introduce un cambiamento ma questo differente ritmo non implica l’assenza del cambiamento.

La nostra idea di immobilismo sulla civiltà egizia ci è stata fornita non tanto dagli stessi egizi, ma dal filtro con cui gli studiosi si sono avvicinati a questa civiltà; infatti, sono state compiute delle operazioni astoriche che hanno, per secoli, immobilizzato l’idea sulla Civiltà egizia. Il Nuovo Regno è da sempre meglio documentato e indagato; per quanto ancora parziale è il più conosciuto rispetto agli altri periodi storici; più ci si allontana dall’epoca presente come arco cronologico, più si affievolisce la luce delle conoscenze. Ciò che capitato durante lo studio di questa civiltà è che il periodo maggiormente noto è stato utilizzato come struttura portante per raccontare i periodi meno noti.
Lo stato degli studi attuali è ben diverso dalle interpretazioni dei dati del primo del ‘900, ma il “danno” è fatto.

Dell’antica Valle del Nilo e dei suoi abitanti va, ora, accettato sia il cambiamento culturale avvenuto nel corso dei millenni (anche se la loro arte fa ipotizzare che tutto sia fermo e congelato) sia la rilettura e l’interpretazione di questa civiltà in base alle nuove scoperte: tra tutte la sempre presunta attitudine pacifica di questo popolo o il bollare come pura superstizione la sfera magica.
Grazie all’attenta osservazione della natura, l’uomo egizio ha cercato di dare delle risposte alle tipiche domande esistenziali su cui ogni civiltà si è dovuta confrontare. Con qualche approssimazione, si può affermare che gli antichi Egizi siano riusciti a fornire una soluzione al grande dubbio che circonda il momento della morte. Così facendo hanno preso forma i riti, le invocazioni e a completare il tutto gli strumenti, cioè quegli oggetti che aiutavano il culto, ma al tempo stesso erano il culto, e che, con le formule che portavano sopra incise, facevano sì che anche l’invisibile e l’impossibile si manifestassero.
Negli anni passati si è registrato un atteggiamento denigratorio da parte di fior fiore di egittologi che hanno scorporato la sfera magico-religiosa dall’analisi dell’Antico Egitto: situazione, questa, che ha fatto fiorire teorie esoteriche e misteriche spesso non accettabili da un punto di vista storico.

Perché parlare di magia? Per abbattere la famosa pigrizia e parlare di quell’arte di dominare le forze occulte della natura e di sottoporle al proprio volere per sfruttare la loro potenza a beneficio o maleficio di uomini o animali: la magia. Gli antichi Egizi la chiamavano heka, ovvero governare le potenze. Attraverso la sfera magica avrebbero cercato di contrastare le forze occulte, come la morte o l’insorgere di una malattia, le azioni che la natura gli avrebbe palesato sotto forma animale o di eventi. Ne sono la riprova i numerosi testi lasciati in eredità dagli stessi antichi Egizi e gli innumerevoli oggetti, da loro prodotti, utilizzati per tale scopo. Per non far riferimento al solito e pluricitato papiro Westcar, la propensione per la sfera magica è confermata da molti altri documenti come, a titolo esemplificativo e assolutamente non esaustivo, il papiro Ieratico di Torino 54003, un bell’esempio di come la sfera magica compenetrasse quella della vita quotidiana e in particolare la medicina; questo documento contiene, infatti, consigli e interventi pratici per risolvere problemi fisici, come proteggersi gli occhi o l’estrazione di una spina di pesce conficcata in gola.
Atro documento scritto su papiro, che alterna azioni a invocazioni, è il Papiro Vindob 3873 conservato al Kunsthistoriches Museum di Vienna. Redatto sia in ieratico sia in demotico, questo documento contiene la descrizione minuziosa delle azioni che i sacerdoti avrebbero dovuto compiere durante il lutto causato dalla morte del toro Hapi, la divinità incarnata sotto forma animale; compiendo i riti adeguati, i sacerdoti avrebbero garantito all’animale di continuare la sua vita divina nell’altro mondo.
In questo contesto si può anche citare il famoso trattato che segnò la fine delle ostilità tra Egizi e Hittiti, stipulato nell’anno 21 del regno di Ramesse II con il grande capo di Khatti, Khattusuli: una parte dell’accordo, scritto sui muri di Karnak, riporta chiaramente una maledizione per chi non avesse rispettato l’accordo: “riguardo a queste parole che sono scritte […] quanto a colui che non le custodirà, mille dei del paese di Khatti con mille dei del paese d’Egitto distruggeranno la sua casa, la sua terra, i suoi servi. Ma quanto a colui che custodirà queste parole e non le dimenticherà mille dei del paese di Khatti con mille dei del paese d’Egitto faranno sì che egli sia sano e faranno sì che viva, insieme con le sue case, con la sua terra, con i suoi servi”.
Altri esempi come quelli citati finora forniti direttamente dagli antichi Egizi sono innumerevoli, ma la distanza temporale che ci separa dallo loro redazione e il nostro attuale approccio culturale non consentono di percepire, con le giuste sfumature, il potere che veniva attribuito alla magia. Un buon tramite di comprensione, pur con il dovuto margine di distorsione concettuale, è fornito dal mondo greco-romano.
Ma questo è un altro discorso

Torniamo alla pigrizia. Se in molti non fossero stati pigri, probabilmente, ma non ne sono così sicuro, non avrei assistito ad alcune di queste scene che ora condivido con voi.
Mi capita di frequentare con una certa regolarità il Museo di antichità Egizie di Torino. Anche adesso che è soggetto a una vera e propria rivoluzione allestitiva. Ogni volta che entro colgo un aspetto nuovo di qualche reperto. E’ sempre una sorpresa. Un particolare sfuggito, un segno geroglifico non notato, una decorazione di un vaso non vista con attenzione.
Anche altri elementi attraggono la mia curiosità: i comportamenti delle persone di fronte a quella mole di reperti dietro o fuori le vetrine. Come non sentirsi piccoli di fronte ai cinque metri e sedici centimetri della statua in arenaria che rappresenta Seti II?
Oltre all’appassionato, al curioso, al distratto, esiste un’altra categoria di pubblico che frequenta il museo:l “esoterico a tutti i costi”.
Ognuno è ben libero di pensare, credere e vivere la propria vita come meglio crede, e allo stesso tempo, però, deve essere libero di accettare lo stupore di chi assiste ad alcune scene, soprattutto se rientrano nell’ordine della caricatura.
Non sto a ricordare tutte le teorie che sono fiorite intorno al potere delle piramidi o degli oggetti “energettizanti” made in Antico Egitto, ma voglio sottolineare come il fascino che esercitano alcuni di questi reperti, possa ravvivare o introdurre nuovi riti da attuare quando ci si trova nelle loro vicinanze. La parte del leone, ovviamente, viene svolta dalle statue, a seguire i sarcofagi e poi altri oggetti di diversa natura, dagli amuleti ai bacili.
L’imposizione delle mani sui reperti per far affluire l’energia, è uno dei segni che evidenziano la presenza di un “esoterico a tutti i costi”.
Nella sala al piano interrato (questo episodio si riferisce a prima dell’attuale allestimento temporaneo di questa sala al primo piano ) quella dedicata agli scavi effettuati, nei primi del ‘900 del secolo scorso, da missioni di scavo condotte dallo stesso museo Egizio di Torino, a Gebelain, località a sud di Luxor, un po’ defilato c’era il Bacile della dea Hathor . Questo reperto non era protetto, era semplicemente posizionato sopra una colonnetta alta circa 160 cm. Con il bacile si arriva a circa 180 cm. Del bacile originario ci sono solo alcuni frammenti, ad esempio quelli riportanti il geroglifico del nome della dea; la stragrande maggioranza della corpo è ricostruito. Ciò nonostante, pare che il bacile abbia effluvi di energia, a tal punto che un giorno, ho visto due persone, un uomo e una donna, ben vestiti che, mani aggrappate al bacile e fronte poggiata sul simbolo della dea (si sta parlando di un segno a forma quadrata di circa 2- 3 cm per lato) si rifornivano in mistico silenzio. Lo stupore è stato forte, perché era la prima volta che vedevo qualcuno recuperare energia Egizia antica, da un reperto restaurato con materiale moderno e chi sa di che provenienza. L’efficientissimo personale di sala ha invitato le due persone a: “non toccare i reperti, per cortesia” e loro, con fare gentile misto in stato di semi trances hanno risposto: “Lo sappiamo, grazie, ricarica avvenuta. Buona giornata e scusi se le abbiamo creato disturbo”.
Se me lo avessero raccontato, probabilmente non ci avrei creduto!
Altro esempio, un nuovo rito a cui ho assistito (tralasciando gente che si inginocchia in prossimità delle due sfingi in calcare o di fronte a una delle statue di Sekmet), anche se prontamente bloccato dal sempre attento e sconvolto personale di sala, è stato quello tentato da un signore, di mezza età, che si è nascosto dentro un sarcofago.
Nello statuario, al pian terreno, c’è questo “enorme” sarcofago, posizionato in verticale, di Gemeneferbak, un giudice vissuto in epoca tarda. Le due parti di cui si compone la cassa antropomorfa sono posizionate una di fianco all’altra. Tra il reperto e il muro c’è un piccolo spazio. Il coperchio presenta la faccia del giudice con al collo l’amuleto della dea Maat, uno scarabeo alato al centro del petto, e un’iscrizione rivolta a Osiride. La cassa, invece è completamente incisa di iscrizioni in geroglifico e, in particolare, presenta il Capitolo LXXII del Libro dei Morti.
Il signore, improbabile sacerdote del 2000, decide di mettersi dietro la cassa, in piedi. Posiziona le mani incrociate al petto, nella tipica collocazione delle braccia delle mummie, e si prepara a energizzarsi.
Per l’ennesima volta, l’attento personale di sala si avvicina al signore e dice: “Gentilmente, potrebbe spostarsi da li? Grazie e le ricordo che non si possono toccare gli oggetti” (frase che ripeteranno non so quante volte al giorno); lui, colto un po’ alla sprovvista e per nulla imbarazzato risponde: “Ma io ho pagato un biglietto”. Avrà investito i soldi d’ingresso per poi elargire energia a pagamento ai suoi adepti?

Come mai, proprio a Torino il museo Egizio?

La storia ufficiale fa risalire al 1824 la nascita di quello che è diventato uno dei maggiori musei di antichità Egizie al mondo, dopo l’acquisizione da parte di Carlo Felice della famosa collezione Drovetti. Ma di tutto ciò, per avere informazioni basta consultare una delle guide in vendita al bookshop o il sito internet.
L’Antico Egitto ha sempre suscitato un fascino particolare, in modo trasversale e in tutte le epoche e anche la casa regnante dei Savoia non ne rimasero immuni.
.
Questa vicenda ebbe inizio nel 1593 d.C., ovvero quando Emanuele Filiberto, duca di Savoia, decise di trasferire la capitale del regno sabaudo a Torino; l’abbandono di Chambery era una delle azioni da attuare per realizzare un piano di espansionismo politico ben delineato dalla casata savoiarda.
Come accade, la storia è legata alle azioni degli uomini e in questo caso in particolare a un intellettuale: il barone savoiardo Filiberto Pingone, il cui ruolo, designato dal sovrano, era quello di detenere e trasmettere le glorie e le spettanze dinastiche dei Savoia. Al dotto fu inoltre affidato un incarico delicato ma quanto mai strategico: scrivere la storia della città, nobilitandola rispetto ad altri centri ed enfatizzandone le tradizioni culturali, in modo tale da giustificare l’atto di Emanuele Filiberto che trasformò la mediocre e insignificante Torino nel baricentro dello stato sabaudo.
Il Pingone riesce a compiere il suo miracolo: attingendo da fonti di dubbia attendibilità, plasmò il nucleo di alcune leggende per i fini reali prefissati, e dotò la nuova capitale di origini auree.
L’opera che ne scaturì, dal titolo Augusta Taurinorum, costituì la prima storia di Torino in epoca moderna, il cui incipit, vergato in colta e raffinata lingua latina, evidenziava la fondazione nell’anno 1529 a.C. di colonie nella terra dei Liguri da parte di Eridano o Fedonte, principe proveniente dall’ Egitto. Partendo da questo antefatto, il dotto savoiardo con leggere modifiche, portò la presenza di Eridano sul tratto del Po che attraversa Torino.
La leggendaria origine della nuova capitale fu così indicata e, questo primo nucleo letterario, germogliò nei secoli a venire. Anche se da annoverare nella schiera di episodi a carattere folcloristico, la presenza nei caroselli e nelle feste in costume, che si svolsero sotto il regno di Carlo Emanuele I, di personaggi mitologici come Osiride, continuò ad aumentare l’aurea leggendaria di consanguineità della città sabauda con la valle nilotica; anche composizioni auliche, redatte in occasioni importanti quali il matrimonio tra Vittorio Amedeo di Savoia e l’Infante Maria Antonia Ferdinanda di Spagna, narrano della vicenda di Fedonte sul Po. Lo stesso Napoleone, alimentò tale situazione, facendo coniare le monete celebrative della battaglia di Marengo, usando il toponimo Eridania per connotare il territorio pedemontano.
pingon2

Iside, pian piano, si stava ergendo a sacra protettrice della Torino esoterica e nuova bandiera araldica di casa Savoia, anche se in realtà l’immagine simbolo della città divenne il toro (Hapi?).
L’azione compiuta dal Pingone, in quel particolare contesto storico, non fu isolata, ma perché non legare l’origine della città ai lustri dell’antichità romana che pur un fondo di verità aveva?
Senza alcun dubbio lo studioso si trovò immerso in quel fermento culturale non indifferente e tipico della sua epoca, in cui si mescolavano sincreticamente influssi orientali, tradizioni, ma anche usanze di un patrimonio precristiano mai debellate, ma subdolamente vive nel retaggio culturale occidentale; infatti, in forma più o meno esoterica, la diffusione dei culti Egizi era vasta e in particolare di quelli isiaci. Una volta diventata provincia romana, la diffusione della misteriosa sapienza Egizia, attraverso le stesse strade che videro nei secoli successivi il propagarsi della dottrina cristiana, raggiunse tutti i territori dell’impero romano. Da sottolineare che alcune analogie tra i culti rappresentarono il tessuto comune con cui le credenze popolari si rivestirono e intrisero le consuetudini rituali dei nuovi credenti, e che solo con grande difficoltà, all’apparenza, la Chiesa riuscì ad epurare la dottrina ufficiale dai rimasugli pagani.
Ciò nonostante il culto di Iside e di Osiride continuò a sopravvivere tramandato da circoli esoterici in tutta Europa, avvolgendoli ancora di più in un’aurea di affascinante mistero. In questa chiave interpretativa si può capire perché il Pingone, da intellettuale rinascimentale, preferì avvolgere di Egizia origine la città, regalandole così il leggendario legame nilotico.
Come si intreccia la nascita di quella che nei secoli a venire sarà la più grande collezione Egizia del mondo con la storia dei Savoia?
Possedere oggetti legati a quell’antica civiltà era un modo per riaffermare il legame con quel mondo e continuare con i propositi propagandistici di Casa Savoia.
Il primo atto compiuto in tal senso fu l’acquisto, da parte di Carlo Emanuele I, della Mensa Isiaca. Come Napoleone…meglio l’Egitto che l’antica Roma…
bronze6
La successiva storia di acquisizioni del museo Egizio di Torino, come già evidenziato, è ampiamente documentata nelle pubblicazioni specifiche.
Rimane da sottolineare, però, che la diffusione della leggenda sull’origine Egizia di Torino fu alimentata dalla presenza sul territorio di reperti archeologici che, con interpretazioni naturalmente adattate, sembravano confermare il mito: il rinvenimento nel 1567 di una lapide iscritta dedicata alla dea Iside fece propendere per la presenza di un luogo di culto della dea nell’antica Augusta Taurinorum, incoraggiando lo stesso Pingone a procedere nella sua storia; in aggiunta, una serie di oggetti di origine egizia o egittizzanti, provenienti dal vicino sito di Industria continuavano ad alimentare tale teoria. Innegabile che proprio ad Industria, l’odierna Monteu da Po in provincia di Torino, sia stata rinvenuta un’area di culto con ogni probabilità dedicato a Iside e alle divinità orientali, sia per i materiali rinvenuti sia per la struttura architettonica dell’edificio che ricorda in modo particolare i complessi, descritti da Apuleio nelle Metamorfosi, utilizzati per le cerimonie
dei culti orientali.
E quindi? Viva ii pigri o i curiosi iperattivi che dovrebbero stimolare I pigri?

Generoso Urciuoli

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...