L’archeologia del 2006 è servita di G.U.

Quello che leggerete di seguito è un post pubblicato nel lontano 2006 sul mio blog “archeologia della società”. Blog che è stato hackerato sul finire di quell’anno e che ho (forzatamente) abbandonato.
Su quel blog (aperto nel 2002 e che aveva raggiunto circa 600mila visualizzazioni in 4 anni) portavo avanti le mie idee sulla figura dell’archeologo, raccoglievo informazioni sulla situazione dei vari colleghi, divulgavo informazioni e consapevolezze contrattuali, insomma ero nel vivo del dibattito archeologico. Poi l’hackeraggio, sono entrati e via…tutti i contenuti distrutti, impossibile prendere possesso dell’account, insomma…cacciato da casa mia. Oggi scartabellando nell’hard disk ho trovato questo file che vi ripropongo pari pari come all’epoca. Adesso non so quale sia la situazione e francamente ho smesso di occuparmene perché anche senza FB o twitter, ho incontrato tutti rivoluzionari da tastiera e poi tutti sul cantiere zitti o dietro i prof ancor più zitti. Mi è venuto a noia sentire le solite e identiche lamentele. Nel rileggerlo (soprattutto la parte legata alle mail che ricevevo) mi è venuto in mente che comunque qualcosa, nel mio piccolo avevo fatto…anche solo aver dato fastidio ed essere hackerato!

“Nell’immaginario collettivo italiano il termine archeologia è sinonimo di siti o aree archeologiche. E gli archeologi sono sempre individuati nei professori universitari o ricercatori. Questo porta ad una visione particolarmente distorta del mondo archeologico, in quanto ne viene rappresentata solo
una piccolissima parte, ovvero quello legato alla ricerca, mentre viene completamente trascurato il c.d. archeologo da cantiere e l’archeologia da cantiere che, a tutti gli effetti dovrebbe essere un’attività professionale e che attualmente copre il 98% dell’attività archeologica svolta sul nostro
territorio.
Infatti, ben diverso è il discorso inerente a tutti quelli che scelgono di lavorare con l’archeologia.
Qui immediatamente ci si scontra con una realtà diversa e che spesso è in antitesi con tutto quello che si è appreso in ambito universitario e soprattutto, profondamente diverso rispetto alle attività pratiche svolte durante uno scavo archeologico di ricerca.
Una delle attività più richieste dal “mercato” archeologico attuale è la così detta assistenza archeologica. Per avere un’idea della diffusione dell’assistenza, provate a digitare su un qualsiasi motore di ricerca le parole assistenza archeologica; Google, per esempio, ha individuato circa 250
citazioni, corrispondenti ai siti web delle aziende italiane che forniscono questa prestazione. Il risultato di questa semplice prova può essere sintomatico della domanda del lavoro di assistenza,
che ha avuto senz’altro un’impennata con la comparsa dei cantieri del treno ad alta velocità (TAV) o di altre grandi opere. Bisogna ricordare, infatti, che la legge quadro in materia di lavori pubblici (il D.Lgs. 109/1994), tra gli elaborati che costituiscono il progetto preliminare, prevede anche le
indagini archeologiche, insieme a quelle geologiche e idrogeologiche.
L’assistenza archeologica è l’attività di individuazione, documentazione, recupero e conservazione di beni archeologici svolta dall’archeologo, nei cantieri ove si eseguono, generalmente con mezzi meccanici, operazioni di scavo nel terreno con finalità diverse dalla ricerca archeologica: le opere
che possono prevedere l’assistenza sono le più svariate: per esempio, la posa di tubazioni in ambiente urbano e non, lo scavo di fondazioni di edifici o di opere sotterranee, lavori di rete complessi sul territorio. In ogni caso si può dire che l’assistenza è una particolare forma di tutela del patrimonio archeologico ancora sconosciuto.
Più comunemente il committente di un qualunque intervento di questo genere è un ente pubblico, al quale l’organo di tutela nazionale, nel nostro caso il Ministero per i Beni e le Attività Culturali attraverso le Soprintendenze Archeologiche regionali, in fase di esecuzione dei lavori, impone di
avvalersi delle competenze di un archeologo a causa di un alto rischio di ritrovamenti archeologici.
Le strade che si aprono sono due: affidamento diretto o gara d’appalto. Logicamente tutte al ribasso.
Da qui in avanti, ci si muove nel marasma più totale, perchè esiste un vuoto legislativo che ha portato da una parte al completo “fai da te” e al far west contrattuale.
Un esempio concreto: E i sindacati cosa fanno? Nulla, nel senso che non possono fare nulla. Ad esempio su un cantiere a cui ho preso parte anch’io nel 2005 a Parma: (tratto dal sito internet della CGIL)
22/06 – La Fillea CGIL denuncia l’utilizzo improprio di lavoratori a progetto nei cantieri della Sovrintendenza La Fillea CGIL di Parma, nei giorni scorsi, ha inviato alcune lettere, all’attenzione dell’INPS e della
Sovrintendenza per i Beni archeologici dell’Emilia Romagna, allo scopo di portare l’attenzione sull’utilizzo improprio di contratti di collaborazione a progetto nei cantieri di ritrovamento archeologico, che ricadono sotto la responsabilità della Sovrintendenza stessa.
È infatti prassi comune, da parte delle Imprese che operano in questo particolare settore nella nostra
provincia, utilizzare esclusivamente personale con contratto a progetto, che, a giudizio del sindacato, servono a mascherare un lavoro che correttamente andrebbe inquadrato come dipendente, in molti casi a tempo determinato, a cui applicare il contratto dell’edilizia con relativa iscrizione alla
Cassa Edile.
Nel lavoro del personale impegnato in questi cantieri non è infatti ravvisabile alcun progetto specifico; si tratta, più semplicemente, di lavoro a tempo determinato e non esiste alcun tipo di autonomia, né negli orari, né nell’organizzazione del lavoro rigidamente inquadrata nel lavoro di
cantiere. Un utilizzo fraudolento, dunque, del contratto a progetto, che non solo lede i diritti dei lavoratori ma permette di evadere gli obblighi contributivi. Senza contare che la figura dell’archeologo (da intendere in senso lato) è ben definita e regolamentata all’interno del CCNL dell’edilizia.
Per questo la Fillea CGIL, oltre ad aver segnalato il problema alla Sovrintendenza di Parma, ha chiesto al servizio ispettivo dell’INPS un’indagine approfondita sul fenomeno, auspicando che questi lavoratori possano finalmente veder regolarizzata la loro posizione contrattuale.
Come è finita? Domanda retorica.
Sono decenni che il dibattito in ambito archeologico è aperto sulla mancanza di una precisa definizione professionale del lavoro archeologico; per chi legge per la prima volta di questo dibattito gli argomenti principali sono: la mancanza e l’opportunità di un eventuale albo professionale; la mancanza di riconoscimento delle qualifiche professionali; la composizione della
frattura tra archeologo accademico e archeologo da campo o da cantiere.
Vediamo cosa propongono le Università per la formazione dell’archeologo a partire dal 2001: primo e unico passo, laurea in Conservazione dei beni culturali e altre varie diciture. Alla voce sbocchi professionali gli Atenei citano: i laureati possono legittimamente aspirare ad un’occupazione presso le istituzioni che mirano alla tutela, conservazione e valorizzazione del
patrimonio culturale. Durante il corso degli studi, essi sviluppano anche una serie di conoscenze e competenze nello studio e nella comprensione delle immagini e nella gestione ed archiviazione dei documenti. Queste competenze possono essere preziose anche per il settore privato e, per questo, il laureato può trovare occupazione o addirittura costituire imprese e
cooperative […].
Poi si scopre che dal 2003, in occasione del rinnovo del contratto nazionale degli edili, sono finalmente inserite ex novo e regolamentate due figure professionali archeologiche precise: operatore archeologo e responsabile del recupero archeologico. Per questo, alcune Regioni e Scuole Edili sparse per l’Italia istituiscono dei corsi di alto perfezionamento professionale per
archeologo, in modo tale da poter essere operativi sui cantieri.
E qui una delle ennesime anomalie italiane. Manca e per il momento non sembra interessare il ministro Rutelli- o il ministro del lavoro su una definizione valida una volta per tutte della figura dell’archeologo, anche per chi ha lavorato in ambito archeologico prima della riforma universitaria e della riorganizzazione delle norme in materia di beni culturali.
Si è talmente allo sbando che altre domande sorgono spontanee: esiste quindi la professione dell’archeologo? C’è un futuro per l’archeologia in Italia? Perché l’Università forma figure professionali che lo Stato non riconosce? Il concorso pubblico da dirigente archeologo, infatti, non richiede la sola laurea; per esempio nel 2007 è stato indetto un Concorso pubblico per titoli ed esami a 10 posti di dirigente, professionalità archeologi presso il Ministero
per i Beni e le Attività Culturali: all’art 2 del bando, inerente i requisiti di ammissione, al comma 3 si legge: essere in possesso di uno dei seguenti titoli di studio, ovvero di altri dichiarati equipollenti [segue elenco lauree e diplomi di laurea, ndb…]. Ma attenzione! Al comma 4 dello stesso articolo si specifica: aver frequentato per almeno un anno un corso
postlaurea di specializzazione o perfezionamento o dottorato di ricerca in archeologia.
Quindi bisogna che ci si metta d’accordo sul percorso professionale: ciò che le Università dichiarano sui propri siti web alla voce ambiti professionali previsti per i laureati (altro esempio a caso: Università della Tuscia di Viterbo, prima facoltà di Conservazione dei Beni culturali in
Italia): I laureati della classe svolgeranno attività professionali presso enti locali ed istituzioni specifiche, quali, ad esempio, sovrintendenze, musei, […]; in evidente contraddizione con il citato bando di concorso ministeriale.
Allora chi è il grande latitante? Il ministero dei Beni culturali? O le università sono in malafede e promettono posti di lavoro solo per attirare nuovi iscritti? Oppure banalmente non c’è coordinamento tra amministrazioni statali? Un piccolo esempio ma significativo: l’archeologia in Italia è tenuta talmente in considerazione che sul sito del Ministero dei Beni e delle Attività
Culturali, nelle pagine riguardanti le attività svolte sulla tutela e valorizzazione del patrimonio archeologico in Italia, non ci siano contenuti, ovvero sono vuote. Non è un problema di aggiornamento, è un bel po’ che è così. Forse il nostro patrimonio archeologico e la ricerca archeologica, per il Ministero, sono solo ruderi imbarazzanti.
E in ambito privato (società che lavorano sul territorio per conto dello stato) lo sbando non è da meno, soprattutto da un punto di vista contrattuale, dove gli archeologi sono semplicemente inquadrati, nella stragrande maggioranza dei casi come lavoratori a progetto, quando nella realtà dei fatti fanno vita da cantiere, esattamente come gli edili.
E i guadagni?
Che bella domanda. Quanto guadagna un archeologo? Facciamo una media che va dalla cifra al momento più bassa, da me raccolta, ovvero 5 euro netti l’ora a quella più alta 12 euro netti all’ora.
La media è di circa 8 euro netti all’ora, ovvero 64 euro a giorno. Riscrivo: sessantaquattro euro netti al giorno (di lavoro non continuativo nell’arco dell’anno).
Quanto guadagna un operaio presente sul nostro stesso cantiere? Dipende dalle regioni in cui si opera, c’è un tariffario di riferimento. Io prendo in considerazione le cifre medie:
Archeologo Operaio Specializzato Operaio qualificato Operaio Comune
8 euro all’ora 21.58 euro all’ora 20,38 euro all’ora 18,81euro all’ora.
Oltre il discorso delle cifre si deve tenere in considerazione gli altri “benefit”, banalmente il pranzo, il raggiungimento del luogo di lavoro con i mezzi della ditta; in caso di trasferte ci sono delle maggiorazioni, esattamente come nei casi in cui le mansioni si svolgessero ad altitudini diverse.
Bisogna fornire altri dati? Gli imprenditori “costretti”, ovvero quelli che aprono la partita IVA per lavorare: ad esempio, riescono in rari casi a chiedere un compenso di circa 120 euro al giorno.
Naturalmente da tassare!
Alcune testimonianze che ho raccolto via mail (ometto i dati sensibili, ovviamente)
“Io frequento il secondo anno della scuola di specializzazione, faccio questo lavoro da 6 anni, ho
pubblicato diversi articoli eppure ho sentito con le mie orecchie un socio di una società
archeologica dire che sui cantieri preferisce studenti poco o per nulla esperti ad archeologi
qualificati perchè così può “gestirli meglio”!
Mi è stato anche detto che il titolo non conta, neppure per sperare in una paga migliore!
Vorrà dire che tra qualche anno, svegliandomi dal torpore dei miei sogni, dovrò arrendermi e cambiare lavoro? Io so fare solo l’archeologa!!!!!

“Prendo 40 euro al giorno, per otto ore di lavoro, dalle 7,30 alle 16,30, e lo stipendio non mi viene
accreditato neppure tutti i mesi, perchè l’azienda per cui lavoro mi paga quando prende i soldi delle
commesse che si è aggiudicata. Io però tutti i mesi devo pagare affitto, luce, acqua, gas[…]”

Altra testimonianza: “Io mi sono laureata in lettere con indirizzo archeologico preistorico pero’ ora
lavoro in una agenzia pubblicitaria perchè mi ero stufata di lavorare gratis e fare la volontaria”.

“Anche qui in Trentino, regione autonoma e quindi più ricca, la situazione non è entusiasmante per
gli archeologi.La maggior parte lasciano la “professione” per insegnare entro i 30 anni. Qui si guadagna intorno agli 8 euro all’ora con contratti a progetto, e 6 EURO all’ora con contratti a tempo
determinato (5 euro per i primi mesi di prova). La maggior parte degli operatori archeologici specializzati che lavora qui in Trentino guadagna quindi meno di 50 euro al giorno per fare un lavoro pesante almeno quanto quello di un operaio edile”

“ .. in questi giorni anch’io sono abbastanza digiuno dal lavoro, dovrebbe farmi piacere visto che
devo fare una tesina e tre esami per Padova e invece poltrisco su internet col magone per la mia condizione di co.pro neosposo (mia moglie -almeno sembra- dopo un anno e passa di XXX
dovrebbere essere assunta a tempo DETerminato di 12 mesi dal negozio per cui lavora all’outlet).

“sono anch’io un’archeologa, laureata a Roma con Peroni in Protostoria Europea. Mi sono laureata nel 2005 e da allora lavoro in abruzzo (pendolare)sottopagata per una cooperativa…
Da giugno sto svolgendo uno stage al Ministero per i Beni Culturali…beh se il sito ti sembra fermo vieni a visitare gli uffici…qui non vola una mosca, gli uffici sono vuoti, la gente la incontri al bar…non ti dico la tristezza che mi viene giorno dopo giorno a pensare che sto aspettando che questi ridicoli impiegatucci facciano qualcosa per aprire le porte del ministero a gente che ha voglia di lavorare e di fare veramente archeologia! “

“sono una sua collega napoletana, dottoranda e stufa come lei di tutto quello che dovrebbe essere
archeologia e non lo è…di tutto quello che dovrebbe essere diritto e non lo è…Anche io come lei,
ho finito col diventare una lavoratrice atipica, e qualche volta disperata, pur avendo un curriculum
molto articolato e pubblicazioni varie.Crede che serva a qualcosa? No, lo so che non lo crede, non avrebbe creato un blog come questo altrimenti…il punto è vasto, ed è molto complicato, come possiamo opporci? In ‘Quali misteri d’Egitto’ lei tocca un punto interessante; ovverosia la divulgazione. Che ovviamente non riguarda solamente l’Egitto, ma l’archeologia in genere. Senza
quella conventicola di potenti che si parlano tra loro, come mantenere le posizioni di potere?L’ho scritto in un articolo: la circolazione delle idee
è inversamente proporzionale al buono stato di salute della disciplina.Ma in tutta franchezza,
l’Università non produce nè idee nè sapere: è mantenimento di posti, fatte dovute eccezioni”

“Io mi …….e sono un pò anomala, perchè in realta sono Geoarcheologa. Sono nata nel 1962, mi sono laureata a Milano in ScienzE della terra nel lontano e ancora ruggente 1986. Solo dopo la laurea, avendo conosciuto xxx che era all’epoca ricercatore a Milano, ho iniziato a lavorare nel
campo e sul campo. Con alcuni colleghi/amici abbiamo fondato una cooperativa che si chiamava
….. e siccome 1) non avevo alcuna esperienza nè conoscenza in materia archeologica e 2) avevo
urgente necessità di guadagnare, mi sono impiegata come collaboratrice occasionale in un grosso
cantiere urbano a Milano, poi in un altro e in un altro ancora. All’epoca la situazione era
completamente diversa da quella attuale. In primo luogo perchè l’archeologia stratigrafica era
appena nata in Italia, importata dagli archeologi inglesi disoccupati a causa dei tagli della
Tatcher che arrivavano a frotte in nord Italia, e c’era molto entusiasmo. Si era alla prima
generazione e sia i maestri che gli allievi non arrivavano a 40 anni di età. La retribuzione era anche
decisamente buona, io fatturavo nel 1986 13.000 lire all’ora, che fanno circa 6,50 euro che mi
risulta essere in molti casi la paga di un disgraziato archeologo oggi. Tieni anche conto che
all’epoca il fisco era assai meno esoso e il costo della vita molto più basso. La paga era buona
perchè le società di scavo erano pochissime, ognuna aveva il suo territorio e non si intralciava. In
lombardia, pensa un pò, c’erano solo la CAL e la SLA.
Devo anche chiarire che quando ho iniziato a lavorare non ho mai pensato di potere ottenere un
impiego fisso, anche perchè non mi interessava, nè in verità mi interessa adesso. Sapevo già da
allora che non avrei avuto una pensione, uno stipendio etc. Ma sai quando si è giovani……
Io sono una privilegiata rispetto agli archeologi puri perchè, essendo geoarcheologa, allo scavo ho
affiancato anche attività di consulenza ed analisi che, molto lentamente sono diventate la mia
attività prevalente.A me è sempre piaciuto molto scavare e in quasi 20 anni ho imparato
moltissimo, ho avuto la fortuna di partecipare ad alcune missioni all’estero, alcune pagate, altre no,
ho conosciuto persone splendide, molte delle quali continuo a frequentare; ho girato come una
trottola, è vero, ma questo secondo me è meraviglioso perchè apre la testa, insegna la tolleranza,
stimola la curiosità etc.Nel corso degli anni le ditte di scavo si sono moltiplicate, la concorrenza è
aumentata, le tariffe si sono abbassate e si è arrivati alla situazione che conosciamo: poveri cristi
sfruttati, maltrattati e mal pagati, depressi e non incoraggiati da quelli della generazione
precedente (noi) che hanno palesemente fallito, non sono stati messi in condizione di costruire
niente dagli stramaledetti ex sessantottini (sia detto con affetto per carità, sono i miei maestri), che
ancora adesso, a sessant’anni suonati, non mollano niente, fanno i democratici e invece si
comportano da baroni, privilegiano i deficienti etc, non si sognano nemmeno di andare in
pensione, loro che potrebbero….loro che sono stati assunti dallo stato, università o
soprintendenza, in tenerissima età.E ovvio che anche i miei coetanei hanno delle colpe, che sono
soprattuto imprenditoriali: da sempre le ditte di scavo hanno rifiutato di creare un’associazione che
fissasse le tariffe e le regole di ingaggio, chiamiamole così, con il risultato che adesso il mercato è
un far-west in cui la professionalità è soltanto una chimera. “

“In questo periodo lavoro tre giorni alla settimana come responsabile della gestione e dell’attività
didattica del museo e dell’area archeologica di XXX per xxx di xxx con un contratto a partita IVA
(incredibile a dirsi, l’attività didattica è tassata meno con la partita IVA, inconveniente mi devo
occupare praticamente di tutto dalla carta igienica in su) e per tre giorni alla settimana ancora in
cantieri di scavo con contratto a progetto, soprattutto per …. di … (per la cronaca stesso titolare di
XXX), quando non scavo collaboro con contratto a progetto con XXX, soprattutto al xxxx”.

“Io di scavare ho smesso praticamente subito dopo il master che non è servito praticamente a nulla, nonostante XXX sostenesse che avevano richieste. Perché ho smesso, perché diciamolo
chiaramente, l’archeologia non ti da da mangiare, anche perché la situazione è la seguente: se devo lavorare come archeologo ed essere pagato dalla cooperativa dopo due-tre mesi, in questo
lasso di tempo che faccio? Sei sempre legato a qualcuno o comunque devi avere qualcosa che ti permetta di andare avanti. La mia esperienza è quindi negativa, sul discorso formativo invece la
questione è veramente scandalosa, ed è stata benissimo analizzata da te sul blog. Il discorso però si inserisce in un contesto un pò più generale, cioè di considerazione della cultura non come
risorsa, ma come un peso. La cultura non produce capitali immediati, ovviamente secondo le considerazioni di quei pazzi che stanno in Parlamento, ma a lungo termine, e siccome per
definizione oggi si guarda solo nel proprio orticello, allora ecco qua che non si investe nella cultura ne tanto meno negli operatori della cultura”

Qualcuno ha smesso con i cantieri dopo aver guadagnato in un anno di lavoro 6000 euro netti.
Qualcun altro ha cercato delle strade alternative, tipo i Musei e le attività didattiche. Quanto si guadagna? Se fortunati una media di circa 7-8ooo netti l’anno.
Il vero problema è che quello archeologico è un mondo parcellizzato dove tutti sono sostanzialmente precari. Oltre la metà lavora con contratti a progetto e, naturalmente, orari fissi quotidiani di entrata e di uscita, lavorando in cantiere…E poi come si può pretendere di avere unapaga decente se le ditte e le cooperative, con la logica perversa e mafiosa degli appalti, concorrono esclusivamente con il sistema del massimo ribasso? Eppure senza archeologo il cantiere non potrebbe neanche partire. Bisognerebbe fare una gara al rialzo, altrochè chiacchiere!”

Torno nel 2014. E ora?
Generoso Urciuoli

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