Problema di metodo o di dogma?

Lo ammetto ho un problema. Solo uno, magari. Un problema legato ai dogmi della conoscenza, soprattutto delle conoscenze che hanno a che vedere con le cosiddette scienze umane, che di scienza, di esatto hanno veramente poco.
Chi studia conosce solo quello che è possibile conoscere (quello che oggi si sa, domani chissà) ma questo viene dimenticato, molti fondano le proprie certezze in un campo dell’assoluto e non del relativo. La realtà, inoltre, è variegata e chi si occupa di ricostruire il passato di un Civiltà, lo farà creandone uno diverso a seconda delle sfumature che vede. Il dramma che molti trasformano “l’ipse dixit” di tal luminare in un un dogma vero e proprio, dimenticando che le analisi condotte da ogni ricercatore sono influenzate dalla sua personalità e dal suo background culturale e, di conseguenza, gli esiti ne saranno condizionati. Ognuno osserva e analizza dal proprio punto di vista che in realtà e’ solo una delle angolature possibili!
Quindi? Se ne esce? no, assolutamente no, però ci andrebbe un po’ di attenzione nell’affermare “cose” che in qualche modo vengono sostenute da frasi tipo “aldilà di ogni ragionevole dubbio”. Chi studia propone al termine di un breve o lungo percorso delle ipotesi che magari cambieranno strada facendo. In alcuni casi non cambiano perché non si vogliono cambiare le premesse.
Questione di metodo? Eppure il dibattito è aperto. Quante certezze si fondano su giganti dai piedi di argilla…
In tutto questo si innesta il ruolo dell’archeologo che dovrebbe proporre angolazioni diverse di interpretazioni e non l’Interpretazione.
Quando ho deciso di dar vita al progetto Archeoricette avevo ben chiaro cosa volessi ottenere: ricostruire le abitudini alimentari delle antiche civiltà oggetto d’indagine, dimostrando l’esistenza dell’arte culinaria ben prima del Medioevo. Purtroppo continuano a propinarci l’idea che gli antichi fossero ancora delle arretrati in quello che nella definizione più comune viene definita arte gastronomica, ovvero non più sopravvivenza ma i preparati venivano realizzati per il piacere, per il gusto.
Una domanda che mi ero sempre fatto era: ma possibile che il Farone d’Egitto, divinità sul suolo terrestre, mangiasse l’oca allo spiedo come un comune mortale? Hammurabi, si accontentava di un semplice dattero? E di domande così ce ne possono essere innumerevoli.
Sono partito dall’archeologia, materia che meglio conosco e di cui ho utilizzato i metodi d’indagine, perché in assenza di documentazione scritta e specifica sull’argomento, il dato materiale diventa necessariamente la fonte principale. Ho aggiunto i filtri antropologici e le attuali conoscenze di scienza della nutrizione.
Tutto questo riguarda l’epoca storica, dal 3000 a.C a venire verso l’era volgare. Un gran lavoro. Però come nella raccolta delle olive, si deve stendere la rete sotto, in questa raccolta e elaborazione di informazioni, a un certo punto, ho intuito che il contesto su cui basare tutto doveva essere realizzato andando ancora indietro nel tempo. Sfondare le nozione legate alle civiltà agricole e capire il contesto precedente, fino a dove possibile.
primitivi
Banalmente il nostro presente è intriso di passato…quindi…ma il passato del passato è quello (e non solo) dove vengono applicati modelli interpretativi, (influenzando, senza porsi domande, generazioni e generazioni di studiosi) dove i fattori economici e tecnologici hanno un’importanza primaria anche se un piccolo spiraglio lo si lascia alla possibilità di eventuali traiettorie di sviluppo differenti. In questa accezione la rivoluzione neolitica ha risentito fortemente dei modelli sopra citati. Non a caso l’impostazione marxista di Vere Gordon Childe, archeologo preistorico per eccellenza, ha molto condizionato la visione di quel particolare periodo di ricerca (se ci mettiamo che l’assenza di scrittura e di informazioni di prima mano lasciano ampio spazio ai posteri).
Detto questo, tornando al cibo, se si porta avanti nell’immaginario collettivo che il nostro uomo preistorico, tutto sudicio e incivile (non già nell’accezione della rivoluzione urbana) divorasse in compagnia dei suoi compagni di caccia la preda cruda strappando a morsi le carni, come si può innestare l’idea che in realtà, l’esigenza di cucinare, ovvero trasformare il cibo non solo per mera sopravvivenza, sia già comparsa tra i “primitivi”?
Vedremo!
Generoso Urciuoli
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