La pistacia lentiscus e la conservazione della carne nell’Egitto faraonico

Gli Egizi erano soliti arredare le proprie tombe con beni di ogni tipo. Se la sola idea di corredo funerario richiama alla mente immagini di straordinari gioielli o misteriosi oggetti rituali, nelle tombe, in realtà, non furono quasi mai assenti coppe ricolme di semi e carne essiccata. L’Aldilà, infatti, costituiva un vero e proprio proseguimento della vita terrena e agli spiriti dei morti poteva capitare di soffrire, dover faticare, o essere affamati. Non sorprende, dunque, l’esigenza di portarsi dietro degli spuntini che sarebbero stati consumati magicamente per l’eternità.
Si tratta di un’usanza che accomunò le diverse componenti della società egizia. Dalla tomba di Kha e Merit, una coppia di alto lignaggio vissuta a Deir el-Medina, ci sono giunte ciotole e anfore contenti diversi tipi di pane, olive e aglio. Il giovane re Tutankhamon, invece, fece decisamente le cose in grande, portandosi nella tomba ben quarantotto contenitori in legno pregiato con dentro manzo e pollame.
Sebbene resti di semi e carne essiccata siano di fatto tra i ritrovamenti più comuni all’interno delle tombe egizie, questa tipologia di reperti organici non è mai stata adeguatamente studiata fino a tempi recentissimi. Soprattutto per quanto riguarda le carni, sono mancate analisi e ricerche atte a individuarne i metodi di conservazione, un fattore fondamentale se si tiene conto del contesto climatico egiziano il cui caldo torrido, non esistendo ancora frigoriferi o ghiacciaie, non doveva di certo favorire la preservazione degli alimenti. Tuttavia, una recente collaborazione tra Salema Ikram, professoressa di archeologia presso l’Università americana del Cairo ( AUC ), e un team della Bristol University ha dimostrato che le carni deposte nelle sepolture furono in realtà sottoposte a un elaborato processo di mummificazione.
Le analisi di laboratorio hanno rilevato la presenza di una resina molto pregiata derivata dalla pistacia lentiscus, più comunemente nota come lentisco o mastice di Chio. Questa era importata dalla Siria, o dal Libano e considerando il tempo impiegato per la produzione e il trasporto doveva trattarsi di un vero e proprio bene di lusso.
“Questo tipo di resina – ha dichiarato Ikram – era usata anche per la mummificazione degli uomini e delle donne appartenenti alle più influenti élite, ciò potrebbe indicare che il cibo fosse trattato con lo stesso rispetto dei corpi umani “. Tuttavia, non è da escludere che la resina di lentisco fosse adoperata anche per insaporire le pietanze destinate ai vivi. Oltre ad essere un potente antibatterico, e quindi un prezioso conservante, la resina della pistacia lentiscus è infatti adoperata ancor oggi come ingrediente fondamentale in diversi piatti tipici dei paesi del mediterraneo orientale, quali il gelato al mastice, particolarmente apprezzato in Turchia, o il liquore mastika, tipico dell’isola di Chio.
Ikram non esclude che l’uso culinario di questa resina possa risalire già al periodo faraonico, un’ipotesi suggestiva che merita sicuramente ulteriori approfondimenti. Uno dei grandi misteri insoluti della civiltà egizia è infatti la gastronomia. Fino ad oggi non sono mai stati rinvenuti compendi di ricette e ricostruire profumi e sapori di un antico banchetto risulta un lavoro quanto mai arduo.

Renata Schiavo (http://orientalisticamente.wordpress.com/)

 

 

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