Primitivo a chi?

Continuiamo ad avere un’idea delle civiltà antiche come entità sviluppate, ma al tempo stesso “primitive”. Se da un lato magnifichiamo i loro manufatti classificandoli come vere e proprie opere d’arte degne di entrare nei musei e ammiriamo le immense architetture da loro realizzate, dall’altro lato, quando si entra nell’argomento cibo, li consideriamo come primitivi mai usciti dal Neolitico.

Ne siamo così sicuri? Se queste civiltà hanno costruito piramidi e ziqqurat, se hanno sviluppato tecniche di combattimento e strategie militari sopraffine, o ancora hanno sondato i cieli e realizzato sistemi teologici complessi, come non farci venire in mente che non fossero incapaci di preparare piatti elaborati? Misteri dell’uomo contemporaneo che viaggia in rete!
La conoscenza sulle antiche civiltà spesso è vincolata alle nozioni acquisite a scuola, con un approccio temporale quasi mai sinottico e sempre eurocentrico; la conoscenza, per quando abbia fatto passi da gigante negli ultimi decenni, si è limitata ad alcuni settori. Altro elemento che non aiuta è l’omissione sistematica, o quasi, dei punti di contatto tra le civiltà: si crea così la sensazione di popoli ben delineati e “compartimentati” (e per contatto non si intendono solo la guerra e le battaglie, ma soprattutto gli scambi e le compenetrazioni culturali!).
Ecco che il cibo, per la Grammatica del Cibo storico, rubrica settimanale curata da chi da dato vita al progetto di Archeoricette, diventa un filtro di analisi per tentare di creare un quadro diverso: ogni popolo, che si è mosso in passato per i motivi più disparati, portava con sé le proprie abitudini alimentari e, venendo a contatto con altre civiltà, da una parte ne assorbiva di nuove, dall’altro imponeva le proprie, creando un risultato originale. Le civiltà antiche sono state più permeabili di quanto si possa immaginare e più dinamiche di quanto si creda. Le linee di confine sono state sempre fluttuanti, soprattutto per gli scambi culturali e commerciali, alimenti compresi.
E non pensiamo solo al cibo, ma a tutto ciò che ruota intorno al cibo: i materiali, gli spazi, gli uomini.
I territori oggetto d’indagine in Archeoricette corrispondono a una macro area che abbraccia il bacino del Mediterraneo e arriva fino al Medio Oriente (con qualche piccolo salto ancora più a Est). C’è anche uno scopo nel progetto: dimostrare l’esistenza (anche in assenza di testi che lo documentino) dell’arte della cucina anche ben prima del Medioevo.

Ripartendo dal nome di questa rubrica, La Grammatica del cibo storico, proviamo a scardinare anche un altro preconcetto nei confronti delle Civiltà antiche: i loro scarsi “morfemi”.
Nella metafora delle regole grammaticali nell’arte gastronomica antica, i morfemi non sono altro che le unità fondamentali: i prodotti a disposizione.
Da quali alimenti era costituita la tavolozza alimentare di alcune antiche civiltà? Partiamo dalle macro categorie: edibili di natura animale, edibili di natura vegetale, edibili di natura minerale.
Espandendo le categorie potremmo rimanere piacevolmente stupiti: carne e pesce, preparati a base di cereali, prodotti derivati dal latte, vegetali, legumi, oli, grassi vegetali e animali, frutta, spezie ed erbe aromatiche.
In pratica tutto ciò che serve per assemblare una qualsiasi ricetta. Ovvio, ma da segnalare, che molte fossero le differenze tra i territori e quello che la terra di un luogo poteva offrire, ma altrettanto ovvio che esistessero vaste reti commerciali e centri commerciali perfettamente costituiti e organizzati. Quindi tutte le civiltà antiche potevano usufruire di una varietà di alimenti non indifferente. Non ci crediamo? Ad esempio, con il termine kārum, in assiro, si fa riferimento a un luogo organizzato legato allo scambio commerciale, una sorta di quartiere (non semplicemente un mercato) con case, magazzini e spazi finalizzati al commercio. I resti archeologici che meglio documentano un kārum sono quelli ritrovati nella cittadina anatolica di Kanish (odierna Kültepe), colonia di impianto mesopotamico che perse la sua autonomia con l’affermarsi della potenza hittita.
Ecco che la tavolozza alimentare delle antiche civiltà si compone di innumerevoli elementi. Però, esattamente, come ne siamo venuti a conoscenza? Del cibo, una volta consumato, non rimane traccia (al netto dei coproliti, gli escrementi fossili animali o umani che spesso vengono trovati e analizzati per ricostruire le abitudini alimentari soprattutto di epoca preistorica). Quindi? Da cosa partiamo? Dall’enorme mole di documentazione amministrativa lasciata. Per la disperazione di dotti studiosi (ma non per chi si occupa di questo argomento “fatuo” come il cibo in ambito archeologico), c’è almeno una civiltà, quella micenea, che ha lasciato una grandissima quantità di testi amministrativi costituiti da elenchi di alimenti: cibo che serviva per le razioni giornaliere, elenchi di cibo da utilizzare nelle festività e così via.
Non stupiamoci se sappiamo con certezza che ai Micenei piaceva il melone e lo consumavano!

Generoso Urciuoli

(rticolo pubblicato sulla rubrica La Grammatica del cibo storico su TorinoNight Life)

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