Il protobizantino e le provincie orientali dell’Impero, tra storia e archeologia di G.U.

(questo articolo è stato pubblicato su Word Wide Archaeology Magazine #5 Giugno 2013 , rivista a diffusione internazionale)

 

Ad Arezzo, nella Basilica di San Francesco, è presente la “Battaglia di Eraclio e Cosroe”, un affresco realizzato da Piero della Francesca, noto pittore del Rinascimento italiano; il dipinto appartiene al ciclo delle “Storie della Vera Croce”, ciclo pittorico realizzato in collaborazione con diversi artisti intorno alla metà del ‘400.

La fonte d’ispirazione, per il pittore rinascimentale, fu il testo de “La Legenda Aurea”, redatto nel XIII secolo d.C. dal domenicano Jacopo da Varagine, Varazze. La raccolta, che ha come oggetto le vite dei Santi, costituì per molto tempo il normale repertorio narrativo cui fecero riferimento i pittori, gli uomini di teatro, gli scultori e gli artigiani per gli episodi legati alla Chiesa cristiana e ai suoi protagonisti .

Jacopo da Varazze, tra le varie informazioni tramandate, riporta che, nel 615 d.C. il re sasanide Cosroe II, una volta entrato in Gerusalemme, trafugò la vera croce di Cristo; grazie all’imperatore Eraclio la reliquia ritornò nelle mani della cristianità.

La “Battaglia di Eraclio e Cosroe” congela un momento storico delicato e cruciale per l’Impero retto da Bisanzio.

 

L’Impero romano d’Oriente è nella sua fase più complessa e di maggiore debolezza: Giustiniano (527-565 d.C.) aveva portato a compimento il suo disegno della renovatio imperii, raggiungendo la massima estensione territoriale con l’annessione di popoli e culture molto diverse tra loro riunite sotto il segno della Croce Cristiana. L’avversario è un impero in continua espansione: quello della dinastia persiana dei Sasanidi con i propri sovrani dotati di qualità divine (hayan in medio-persiano) e detentori, come segno di ringraziamento in virtù della loro discendenza divina (yazdan), del culto zoroastriano. Da 200 anni la dinastia sasanide si era impegnata a rinnovare le tradizioni, i fasti e l’espansione territoriale dei loro antichi predecessori, gli Achemenidi, di cui ormai non conoscevano più i nomi ma con i quali si identificavano considerandoli “loro antenati”.

Storicamente i contatti, sfociati in conflitti tra l’Impero romano e la dinastia sasanide per il controllo o il tentativo di controllo di territori chiave quali la Mesopotamia, l’Armenia e la zona siro-palestinese, erano stati numerosi e con vicende alterne: alle sconfitte di Valeriano, fatto prigioniero da Šapur  I (260 d.C.) e di Giuliano, morto in battaglia (363 d.C.), si contrappongono le vittorie di Teodosio II (421 e 441 d.C.); a questi momenti di frizione si susseguono momenti di sostanziale equilibrio per sfociare nuovamente in conflitti: infatti, una nuova dinamica espansiva condotta dal sovrano sasanide Xusraw I (Cosroe) con la conquista, il saccheggio e la deportazione degli abitanti di Antiochia, fece scoppiare l’ennesimo conflitto nel 540 d.C. Giustiniano I era il monarca assiso sul trono della nuova capitale dell’Impero; il sovrano bizantino, per garantirsi la pace sul fronte d’Oriente, finalizzata al completamento della sua strategia politico religiosa, decise di pagare ingenti tributi al re sasanide.

 

L’Impero romano era sostanzialmente frammentato nel momento in cui Giustiniano I, ufficiale di lingua latina dell’Illiria, venne associato nel 527 d.C. al potere imperiale dallo zio Giustino. Le regioni occidentali dell’Impero barattate e sacrificate in favore dell’Oriente erano ormai una molteplicità di regni, mentre le provincie orientali rimanevano sotto l’autocrazia e l’influenza di Costantinopoli.

Nella realtà dei fatti, anche la parte orientale dell’Impero non era immune dall’instabilità religiosa e sociale che ne ostacolava la compattezza interna.

Lo volontà di Giustiniano I, uomo dalla forte cultura classica, fu di riunificare l’Impero basandosi su due principi fondamentali, religione e politica: unificazione religiosa sotto la croce di Cristo e unificazione politica attraverso il recupero dei territori appartenuti a Roma, con il superamento del dualismo territoriale esistente tra l’Occidente e l’Oriente.

Giustiniano I, però, commise un grosso errore sottovalutando il pericolo persiano, le pressioni degli Avari e le ondate migratorie e di conquista di altre popolazioni arabe: la riconquista dei territori d’Occidente e lo sforzo militare ed economico compiuto per realizzarla portarono a un decisivo indebolimento dei confini orientali.

 

Tutti questi episodi si svolgono durante un arco cronologico che è stato definito dagli studiosi protobizantino (convenzionalmente lo si fa partire dal 313 d.C.  per farlo concludere all’inizio della controversia iconoclasta del 726 d.C), periodo nel quale si è riconosciuta la formazione dell’immenso scenario di un grande e sfarzoso “spettacolo” (come Rene Guerdan lo descrisse nel suo lavoro “L’oro di Bisanzio, splendori e miserie di un impero”) dove il protagonista, il monarca consacrato, interpreta il ruolo di Cristo.

Oltre la fede cristiana, tra i prodromi dell’Impero bizantino (greco – anatolico) sono da evidenziare gli ingenti lasciti dell’Impero romano, i contatti con le nuove popolazioni e la cultura greca.

Nel protobizantino, le province d’Oriente si estendevano dall’Anatolia fino all’Armenia e tutta la regione siro-palestinese. All’interno di questa vasta zona, senza contare tutti le varianti linguistiche locali, si parlavano almeno tre lingue differenti: siriaco, latino e greco (latino lingua ufficiale fino alla metà del VI sec. d.C., sostiutita poi dal greco in questa funzione).

 

L’organizzazione territoriale è di impianto romano con l’insediamento urbano come fulcro amministrativo e culturale del territorio circostante.

In generale per tutto il IV e parte del V secoclo d.C. lo sviluppo delle città sembra continuare sugli impianti topografici esistenti: i reticoli stradali rimangono gli stessi e si riscontra la presenza di strutture quali fori, ippodromi e terme. In una prima fase non si riconoscono ancora delle caratteristiche particolari riconducibili a uno stilema architettonico bizantino originale.

Successivamente, in modo graduale, si verificano i primi segni di cambiamento d’uso delle strutture e dei luoghi preesistenti e si assiste a un abbandono progressivo di tutte le costruzioni legate all’intrattenimento quali teatri o stadi. L’agorà non verrà più utilizzata come luogo di svolgimento del mercato, ma tale attività troverà nuova collocazione presso le stoa (le strutture coperte o strade colonnate).

Le prime variazioni dell’impianto urbano sono dovute alla preponderante e crescente componente religiosa che fa registrare le maggiori novità: trovano collocazione nel tessuto cittadino le strutture legate al culto, al pellegrinaggio e alle attività commerciali collaterali. Il passaggio è identificabile con la sovrapposizione e sostituzione definitiva dei templi pagani con le chiese cristiane. In parallelo, emerge un incremento degli edifici religiosi e di assistenza (ospedali, case per i poveri e case per gli anziani o i ricoveri) sia urbani sia extra urbani; inoltre acquistano prestigio i centri abitati che diventano sedi vescovili e in cui si riscontra uno sviluppo maggiore del tessuto urbano.

Non denotano particolari caratteristiche i centri di nuova costituzione, fondati per specifiche esigenze militari o amministrative.

In questa fase, le decisioni sulla politica urbana messe in atto dagli imperatori sembrano seguire esigenze funzionali. Gli interventi edili di Anastasio e Giustiniano, due imperatori particolarmente attivi, possono essere ricondotti a tre tipologie relativamente delineate:

–  interventi su strutture difensive, contrazione dei perimetri delle città, scelta – in accordo tra architetti e gerarchia ecclesiatica –  delle posizioni strategiche per i nuovi impianti;

– edificazione di nuovi luoghi di culto e mantenimento degli stessi;

–  progettazione e realizzazione di strutture tipicamente classiche, quali edifici di rappresentanza, la cura per l’assetto viario e la divisione tra le zone produttive e residenziale.

 

Ad esempio gli sforzi condotti su Antiochia, città della Siria che rivestiva importanza strategica e militare, appaiono rilevanti e esemplificano in modo chiaro i tre punti sopraindicati.

La città, sede di una zecca e della cattedra patriarcale, fu oggetto di un vero e proprio programma di ricostruzione a seguito del raid sasanide avvenuto nel 540 d.C., seguito a un forte terremoto nel 526 a.C.; il precedente perimetro esterno, realizzato da Teodosio II intorno al 430-431 d.C., fu allargato fino a comprendere un’altura, considerata punto debole, che fu parzialmente spianata; fu effettuata anche una contrazione dell’area intramuraria a discapito di una zona ricca di strutture di intrattenimento.

Per accentuare il carattere della metropoli cristiana furono edificate due chiese (una “grande” e l’altra “grandissima”) intitolate al Theotokos e all’arcangelo Michele.

Nel 526 d.C., la città abbandonò il suo nome ellenistico e fu intitolata Theoupolis, la città di Dio.

Anche nuovi centri furono edificati: sul confine bizantino sasanide nel 505-507d.C. Anastasio I fece costruire Dara (in Armenia) e, sempre nell’ottica militare, l’attività edificatoria investì la rifondazione di Sergiopoli (Rusafah) e Zenobia in Siria e altri centri ex novo in altre regioni dell’impero.

 

Gli effetti della crisi di impoverimento generale, che investì l’Impero verso la fine del VI secolo e che perdurò tutto il VII secolo d.C, vengono confermati anche dal nuovo modello di organizzazione urbana; le indagini archeologiche hanno attestato un frequente cambio di destinazione d’uso delle strutture e una precarietà edilizia diffusa. I segni evidenti di tale tendenza sono:

  • la tamponatura di porticati per ricavarne nuovi spazi o i resti di abitazioni ricavate all’interno di monumenti pubblici preesistenti, situazione riscontrata nella maggior parte delle zone;

  • la tecnica costruttiva risulta più grossolana e povera, verosimilmente segnale di mancanza di manodopera altamente specializzata sul territorio. Potrebbe essere anche interpretato come una drastica riduzione dell’attività edile direttamente riconducibile a Costantinopoli.

 

In un contesto territoriale così ampio, è comunque impensabile non tenere in considerazione le varianti locali che hanno influenzato fortemente la realizzazione architettonica di molte strutture, sia per gli edifici di carattere pubblico sia per l’edilizia residenziale. Varianti che riguardano le tecniche e la manodopera specializzata e le materie prime.

Si deve anche sottolineare che una differenza sostanziale, nella cura realizzativa e nella tipologia del materiale utilizzato, è evidente quando la committenza e le maestranze sono direttamente imperiali.

Gli scavi condotti hanno evidenziato l’uso di materiale litico e/o materiale fittile per le strutture portanti, legname e paglia o mattoni per le coperture; sono state attestate le volte a botte, a vela e a crociera.

 

Nelle provincie d’Oriente sembra maggiormente attestato l’uso della pietra tagliata: dall’Egitto alla zona siro-palestinese, dalla Grecia peninsulare all’Asia minore. Sono tutte zone dove il taglio della pietra e la messa in opera del materiale litico vantava già una tradizione secolare.

I laterizi, invece, sono presenti nella regione costantinopolitana, nella Grecia continentale e nella Penisola Balcanica.

Le murature in laterizi venivano realizzate con l’uso di mattoni dalla forma quadrata disposti su più file attigue in orizzontale, intervallati da spessi strati di malta, per creare muri pieni.

Le analisi condotte sulle malte hanno evidenziato che quest’ultime erano scadenti, grossolane e friabili, composte di sabbia e ghiaia con inclusi di frammenti laterizi.

Con buona probabilità tale realizzazione veniva usata per strutture di cui si necessitava una costruzione rapida e in zone con scarso materiale litico idoneo. A confermare questo dato troviamo le murature siriane riconducibili a un’architettura prettamente militare o gli insediamenti fortificati lungo l’Eufrate che sono stati realizzati esclusivamente in laterizi.

Esistono anche dei casi di impiego di materiale misto (pietra e laterizi), ma su edifici riconducibili alla diretta committenza e realizzazione imperiale e i bolli presenti ne sono la diretta testimonianza.

La muratura in pietra da taglio è attestata in un buon numero di varianti tipologiche, ma riconducibili a due classi principali:

  • la muratura piena in opera quadrata con il riutilizzo di blocchi decorati in caso di strutture di pregio;

  • la muratura a doppia cortina con nucleo interno in conglomerato cementizio, non raramente di scarsa qualità con la presenza, a volte, di “cinghiature” formate da blocchi passanti.

Un esempio della seconda classe è stato riscontrato nelle mura fatte realizzare da Anastasio a Dara.

 

Agli edifici di culto veniva attribuita una valenza simbolica molto forte. Giustiniano I e i suoi successori, eredi della concezione costantiniana dell’imperatore come rappresentante di Cristo sulla terra, usavano le magnificenti chiese per rendere materiali e visibili le verità cristiane su cui si fondava l’ordine sociale terreno.

Fonte indispensabile per la prima età bizantina è il De aedificiis di Procopio di Cesarea, testo redatto alla metà del VI secolo d.C.; un documento ricco di informazioni in cui sono descritti in dettaglio gli edifici fatti realizzare dall’imperatore Giustiniano.

Verosimilmente questo testo è viziato dalla volontà di rimarcare ed eternare la magnificenza dell’azione giustiniana, ma, al contempo, è un ottimo indicatore delle scelte e dei progetti realizzati oltre che documento indispensabile per la conoscenza di monumenti non più esistenti.

A Giustiniano Procopio attribuisce la costruzione di oltre trenta chiese urbane solo a Costantinopoli, con un incremento, rispetto a quelle già esistenti  a metà del V secolo d.C., di più del doppio.

Nella capitale si registra una rottura con la tradizione basilicale, situazione questa non verificatasi nelle altre zone dell’Impero d’Oriente.

La regione siro-palestinese, terra ricca di fermento religioso e meta di pellegrinaggi, si sviluppò in maniera importante: rifiorirono strutture insediative pre esistenti, furono costruiti nuovi centri monastici, luoghi di pellegrinaggio e l’agricoltura subì un impulso produttivo; le infrastrutture seguirono questo andamento con l’intensificazione e la fortificazione delle arterie di comunicazione e commerciali.

La Siria non presenta un carattere unitario architettonico: la disomogenità delle materie prime disponibili, causata dalle differenze morfologiche del territorio,  è risultato un elemento determinante per le diversità stilistiche:

– a nord è presente il massiccio calcareo, zona ricca di materiale litico adatto al taglio e di legno per le coperture. Si è evidenziata, in questa zona, una fiorente attività edilizia religiosa tra il V e il VI secolo d.C.;

– l’altopiano interno caratterizzato da argilla e pietre laviche;

– la parte a sud di Damasco con la sua abbondanza di basalto ma con scarsa presenza di legname.

 

L’architettura religiosa continua a subire l’influenza della tradizione antica con edifici a pianta basilicare pur apportandone dei sostanziali cambiamenti: le colonne vengono sostituite da pilastri rettangolari in pietra. La scelta dei pilastri fu funzionale, perché ritenuti più adatti a sostenere la spinta degli archi che separano gli ambienti creati dalla navata centrale con quelle laterali; si registra la presenza di un tipico elemento decorativo a rilievo, definito nastro siriano, utilizzato per alleggerire da un punto di vista estetico le facciate.

Il complesso di Qalat Seman, sempre nella zona siriana (seconda metà del V secolo d.C. edificato  intorno alla colonna dell’ascesi di S. Simeone Stilita) non presenta particolari tratti di influenza imperiale o elementi della tradizione locale: costituito da quattro corpi basilicali a tre navate che formano una croce greca dai lati dell’ottagono centrale.

A Seleucia Pieria, Apamea, Resafa e Bostra sono invece presenti degli edifici a pianta centrale, elemento tipicamente siriano, con  un’esedra semicircolare posta su ogni lato e circondato da un elemento esterno che ne segue il profilo.

In Palestina sembra comparire intorno al VI secolo d.C. lo schema triabsidale e gli esempi sono  attestati a Gerasa ( chiesa del Vescovo Procopio e SS. Pietro e Paolo), ad Amwas, a Beth Yerah e a Susita -Hispos. Da segnalare, inoltre, risalente al VI secolo d.C., ma con buone probabilità eretta su struttura di epoca precostantiniana, l’edificio di culto a Ras Siaga sul Monte Nebo.

Gli edifici di culto in Mesopotamia sono realizzati con una sala longitudinale rettangolare, con facciata priva di ingressi che trovano collocazione sui lati lunghi: elemento riconducibile all’impianto palatino assiro. Il presbiterio posto a ovest si chiude con un abside rettangolare divisa in tre ambienti.

 

Anche le strutture monastiche meritano qualche accenno, se pur breve.

Su questi edifici appare evidente l’influsso locale. I fattori determinanti per le varianti sono dovuti:

  • alla concezione che ogni regione ha sviluppato sul fenomeno del monachesimo;

  • alla funzione specifica che l’edificio avrebbe svolto anche a carattere difensivo.

Ad esempio l’ Egitto, tra il IV e il VII secolo d.C., presenta dei complessi costituiti da agglomerati di piccole strutture abitative e fabbriche destinate al lavoro; il tutto è  distribuito su un territorio ampio con la presenza di una chiesa, centro nevralgico del culto.

Caso diverso è costituito dai monasteri di epoca protobizantina siropalestinesi: strutture destinate alla difesa e all’organizzazione amministrativa del territorio circostante. Tali insediamenti potevano essere integrati nelle linee dell’organizzazione difensiva bizantina,  alla stessa stregua degli insediamenti urbani, che avrebbero costituito un limes.  

 

Il limes era un complesso di opere viarie e di fortificazioni già realizzate lungo i confini esterni dall’Impero romano; nella terminologia moderna non esiste una parola equivalente che possa descrivere il concetto sottostante a tale frontiera “liquida”.

Il limes bizantino non era un confine rigido bensì flessibile e adattabile alle condizioni geomorfologiche e alle differenze militari e culturali delle popolazioni adiacenti; inoltre, il sito fortificato  svolgeva  un ruolo di controllo amministrativo  e di organizzazione territoriale.

I limes coincidevano con le grandi arterie di comunicazione terrestri e fluviali, ciò per consentire spostamenti rapidi dell’esercito regolare con le truppe ausiliare, per lo più composte da locali, lasciate a presidiare il sito.

Esistevano tre  percorsi di fondamentale importanza il cui controllo era strategico:

– la strata Diocleziana, che, passando da Damasco collegava la Mesopotamia settentrionale alla costa siro –palestinese e ai porti del Mar Rosso ( coincideva anche con la linea difensiva della zona siro palestinese conosciuta anche come “limes arabicus”);

– un percorso collegava Costantinopoli con la regione pontico – caspica;

– un altra via di comunicazione  partiva dall’antica Iconium (l’attuale Konya in Turchia) portava fino in Persia attraversando l’Armenia.

La successiva crisi degli insediamenti lungo il limes arabicus, causata dalla forte pressione dei Sasanidi,  portò all’arretramento del confine occidentale e settentrionale e la conseguente e necessaria fortificazione di alcuni centri preesistenti come Palmira e Cyrrhus.

A nord, in prossimità dei punti di guado dell’Eufrate, furono costruiti impianti fortificati di medie dimensioni utilizzati,  insieme alle città di Resafa e Zenobia, come avamposti difensivi a protezione delle città dell’altopiano anatolico, centri soggetti alle mire espansive della dinastia sasanide. Erano inserite, in questa  linea difensiva più interna, il centro di Dara e tre città di antica fondazione Edessa, Martyropolis, Amida.

Un ulteriore arretramento dei confini avvenne dopo il crollo, nella prima metà del VII secolo d.C., dei vari settori del limes giustinianeo: i Bizantini si concentrarono sul confine orientale, verso l’altopiano anatolico, dopo essersi  ritirati dalle regioni siriane e armene per la minaccia araba.

 

La prima fase del nuovo conflitto tra Bizantini e Sasanidi vide i persiani espandere il loro dominio. Tra il 602 al 622 d.C. i Persiani avanzarono senza grosse difficoltà in Siria, Palestina, Egitto e alcune regioni dell’Anatolia.

L’ascesa al trono di Eraclio ristabilì l’equilibrio e anche il tentativo di assedio della capitale da parte dei Sasanidi, alleati nel frattempo con gli Avari, fu sventato.

Le possenti mura di Costantinopoli ressero, anche se la tradizione attribuisce il merito al patriarca Sergio (Eraclio era impegnato su altro fronte): i testi ci tramandano che, grazie alla sua capacità di motivare le poche truppe rimaste e all’aver affidato alla vergine Maria il destino della città, la capitale non cadde in mano nemica. Siamo nel 626 d.C.

Nel 627 – 628 d.C. Eraclio e le sue truppe si spinsero verso la Mesopotamia costringendo i Persiani a una resa. Furono ristabiliti i confini dell’impero bizantino e la reliquia della Croce fu restituita.

 

Dietro i limes bizantini la pressione dei persiani della dinastie sasanide e la civiltà iranica.

I Sasanidi a differenza degli Achemenidi, lasciano molta documentazione relativa al loro concetto di regalità: epigrafi, rilievi, decorazioni palatine e testi letterari esplicitano in maniera chiara come i sovrani sasanidi si considerassero i legittimi eredi della grande tradizione dei re dell’Iran, gli Achemenidi. Molti elementi, anche decorativi, vanno in quella direzione: il motivo della gola egizia nella decorazione del palazzo di Firuzabad del primo re sasanide, ArdashirI o il coronamento di merli a gradoni degli edifici di Paikuli e Taq-i Girra o l’utilizzo di un linguaggio figurativo appartenete alla tradizione dell’Oriente pre-ellenistico.

La ricerca archeologica sugli insediamenti di questo periodo è purtroppo scarna e poche aree sono state indagate in modo sistematico ad eccezione del Khuzistan e di alcune zone del Fars.

Firuzabad (Ardašīr-Xwarrah la “gloria di Ardashir”) fu il primo centro fondato da Ardashir I (208-241 d.C) nel 218 a.C. circa.

La pianta della città è circolare con una divisione radiale e con un’ulteriore suddivisione in settori concentrici. Questo impianto urbano fu ripreso anche per la creazione di altri siti, tra cui Darabgird.

L’abitato di Firuzabad (così chiamato dal X sec. d.C.) è diviso in 20 settori, mentre tre cerchie concentriche lo suddividono ulteriormente in quattro cinture urbane. La sezione più interna sembra esser stata destinata agli edifici ufficiali: qui si trovano infatti il c.d. “Takth-eNishin”, un tempio del fuoco ed esattamente al centro del cerchio urbano una torre a pianta quadrata con rampe di scale ai quattro lati. Non è chiara la funzione di questa struttura che fa propendere gli studiosi per un uso difensivo, di guardia e avvistamento e comunicazione con il castello (tramite segnali di fuoco) limitrofo di Qal’a-e Dukhtar. Le ricerche hanno reso possibile la scoperta un’alta pedana per le apparizioni del re e con buone probabilità un tempio del fuoco.

L’attività edificatrice continua anche nei secoli III e IV d.C. con la fondazione di città con impianto ortogonale (Bishapur nel Fars, Jund-i Shapur e Iwan-i Karkha nel Khuzistan).

Non solo le aree del Fars sono soggette ad attività di realizzazione di insediamenti: si costruisce anche in Mesopotamia e in altre zone dell’Iran.

Come i Bizantini, anche i Sasanidi si prodigarono per la difesa dei confini. Inizialmente a nord-est (regione di Gurgan e della Margiana) vennero costruite fortificazioni finalizzate al controllo del territorio; in epoca tardosasanide si associa il restauro del “muro di Alessandro” e la costruzione di analoghe strutture quali il muro di Tammisha.

Lavori di canalizzazione, ponti, dighe riconducibili al potere centrale sasanide furono realizzati grazie alle competenze acquisite durante i contatti frequenti, anche se bellici, con l’Impero romano.

 

Da un punto di vista dei materiali usati per la realizzazione delle strutture si riscontrano elementi e tecniche differenti, fattore legato come sempre alla disponibilità di materia prima nei luoghi (le famose varianti locali già incontrate in precedenza). Sintetizzando:

  • muratura in pietre non lavorate messe in opera con malta gessosa, tipica dei monumenti del Fars;

  • utilizzo del mattone crudo nelle regioni del Nord-Est e dell’Est;

  • blocchi di pietra squadrati.

E’ attestato sia l’uso delle colonne, i cui esempi arrivano dal palazzo tardosasanide di Kangavar e dalle sale a colonne e pilastri di Takht-i Sulaiman, sia la presenza di capitelli di influenza bizantina custodite a Taq-i Bustan.

Il periodo definito tardosassnide è caratterizzato dalle profonde riforme sociali e amministrative Khusraw I (531-579 d.C) e dalle conquiste territoriali di Khusraw II (590-628 d.C) a spese dell’impero bizantino, che portarono la dominazione sasanide sino all’Egitto per un lasso di tempo che arriva fino alla dominazione islamica, quando i “re dell’Iran e del non Iran” lasciarono il proprio scettro.

 

Le influenze artistiche e i lasciti reciproci tra Bizantini e Sasanidi sono molteplici e le frontiere non sono mai state dei confini rigidi per la cultura e i commerci. A seconda dei contesti, ci si poteva anche alleare con il nemico e la realizzazione della cittadella difensiva sasanide di Derbent sembra il giusto esempio: la tecnica muraria utilizzata è di matrice bizantina. Tale situazione si può leggere in due modi: come segno evidente di una collaborazione legata a una struttura di interesse reciproco per il contenimento dei nomadi centroasiatici con la realizzazione del blocco del corridoio tra il Mar Caspio e il Caucaso, oppure come già avvenuto in passato per la realizzazione di altre opere, i persiani fecero proprie le competenze dei “nemici occidentali” utilizzando la manodopera catturata.

Pur se su fronti opposti, queste due civiltà hanno evidenziato molti punti in comune (se ne citano solo alcuni) quali le politiche di espansione legate al rinnovo dei fasti antichi (uno di Roma, l’altro degli Achemenidi), la religione monoteista (anche lo zoroastrismo è tale), la dominazione islamica subita. Questo contributo da un punto di vista cronologico si ferma esattamente da dove è partito, da quel preciso momento immortalato nella “Battaglia di Eraclio e Cosroe”.

Generoso Urciuoli

Bibliografia:

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