Morti….ma non di fame di Marta Berogno

Scrivere un articolo sul cibo nell’Antico Egitto può essere fatto in diversi modi.

Cercherò di non parlarvi di come i cereali utilizzati in Egitto,  il Triticum dicoccum  (farro),  Triticum aestivum (frumento) e l’Hordeum sativum vulgare (orzo), fossero la principale fonte di nutrimento o di  come fossero largamente utilizzate le cucurbitacee ma vorrei usare il cibo come “chiave di lettura” di questa civiltà come nella natura del progetto  Archeoricette”.

Il bello del mio lavoro è che mi permette di rapportarmi spesso con il mondo dell’Antico Egitto e con il pubblico di un museo. Il fatto di dover spiegare alle persone mi mette nella condizione di farmi spesso delle domande per poter dare poi delle risposte, questo ha allenato la mia mente a vedere sempre qualcosa di nuovo, a scoprire nuovi particolari, a dare diverse chiavi di lettura.

Proviamo a visitare un museo egizio in modo diverso, per una volta abbandoniamo gli stereotipi  che la civiltà Egizia porta con sé, e proviamo a far “parlare” i reperti.

Sicuramente gli oggetti che trovate in qualsiasi collezione egittologica sono in prevalenza funerari, in quanto le tombe erano costruite in pietra, dovendo durare in eterno, mentre le case in mattoncini crudi, fatti di paglia e fango; va da sé, quindi, che nella battaglia del tempo siano giunti a noi più reperti provenienti da tombe che da contesti abitativi.

 Decontestualizzando per un momento questi reperti ci potremmo accorgere di quanta quotidianità siano impregnati.

La particolarità della religione egizia è che nell’aldilà la sopravvivenza non era solo spirituale, ma anche fisica, ed era garantita, oltre che dalla conservazione del corpo (imbalsamazione) dal corredo e dalla persistenza del culto.

Bisognava assicurare la sopravvivenza per il ka (parte spirituale da tradursi ‘energia vitale’) del defunto e l’offerta alimentare rispondeva a questo bisogno.

E’ normale quindi trovare in un corredo funerario pane, verdure, ciotole di minestre, carne bovina, volatili, vino e birra, associati a stoviglie di diverse forme.

Già nei corredi predinastici, si trovano ceste e canestri in vimini per la raccolta, vasi della cultura “Nagadiana”, dal nome della località dove furono scoperti per la prima volta, e oggetti da caccia per il sostentamento nell’aldilà.

Coppe, ciotole, scodelle erano usati per bevande e cibo mentre forme più globulari e vasi servivano per contenere liquidi.

Grosse giare e anfore venivano inserite nel corredo per conservare farina, vino, olio e carne arrostita salata; erano sigillate con una copertura di fango a cono dopo aver posto sull’imboccatura una coppetta per non far cadere l’argilla all’interno.

 Alcuni di questi contenitori con fondo a punta sono accompagnati da elementi di sostegno cavi per inserire il fondo del vaso.

Non mancano acquamanili, un insieme di catino e brocca, per il lavaggio delle mani e tavole d’offerta o bassi tavolini in giunco sui quali venivano appoggiati pani e focacce dalle molteplici forme: coniche, tonde, triangolari e nel Nuovo Regno anche zoomorfe e antropomorfe.

Accanto a questi oggetti troviamo immagini, statue, rilievi, pitture che avevano il compito di perpetuare l’offerta alimentare.

Le raffigurazioni degli egizi erano fatte per “prender vita”; nella loro concezione magica  immagini e statue continuavano a vivere per il fatto stesso di essere riprodotte.

La rappresentazione delle offerte è  una delle scene più frequenti sulle stele funerarie dalle stele a falsa porta dell’Antico Regno a quelle centinate del Nuovo Regno.

Sulle stele più antiche veniva raffigurato il pasto funerario del defunto accompagnato da una formula d’offerta: “offerta che il re concede..” poichè all’epoca il possessore della tomba era un alto dignitario al quale il re concedeva un fondo agricolo o una rendita permanente destinata a procurare le offerte necessarie per il sostentamento nell’aldilà. Nel corso dei secoli l’autorità centrale si indebolisce a tal punto da non poter più mantenere questi privilegi funerari, quindi il culto e le offerte saranno a carico di un figlio del defunto; questo farà sì che il culto funerario sia esteso a gruppi più ampi.

 Si assiste ad una “democratizzazione” dell’aldilà anche nelle raffigurazioni di offerta sulle stele: ora il defunto offre cibo direttamente alle divinità, prerogativa sino ad allora del sovrano.

Tutte queste raffigurazioni di cibo sono eseguite usando l’espediente della proiezione e non della prospettiva , i contenuti dei panieri, i pani sulla tavola risultano “ribaltati” verso l’alto

per poter permettere di vedere il cibo interamente dal momento che doveva prender vita.

Accanto alla formula di offerta, su stele o sarcofagi, si trovano spesso elenchi di provviste contate generalmente in migliaia dal momento che la  parola scritta e pronunciata, come l’immagine, aveva il potere di prender vita. Vi sono anche dei veri e propri appelli ai vivi affinché  pronuncino la formula per far materializzare gli alimenti necessari.

Dalla IV-V dinastia nel corredo compaiono statuine di servitori che avevano anch’essi il compito di assicurare al defunto il cibo in eterno; prima sono singole figure, che come statuine di un presepe, completano un intero processo di produzione poi verso il Medio Regno insiemi lignei più complessi.

Queste scene sono uno specchio della società egizia dell’epoca, da questi modellini si evince l’aspetto fortemente agricolo della società, accanto al quale troviamo l’allevamento, la pesca e la caccia.

Sono riprodotti, infatti, momenti agricoli, di allevamento del bestiame e animali da cortile, di  macinatura del grano, cottura del pane, produzione di birra, pigiatura del vino, macellazione, scene di pesca con rete o arpione, caccia di volatili, scene di cottura, scene di immagazzinamento dei prodotti.

Le stesse attività le ritroviamo anche su rilievi e pitture parietali che decoravano l’interno della cappella funeraria disposti su registri.

Accompagnano questi modellini lignei di servitori anche modellini di granai a silos o a terrazza, modellini di tavole d’offerta, di naos( piccolo tempio) o di abitazioni con incise sopra offerte alimentari.

Nel Nuovo Regno la società agricola egizia è rappresentata dal largo uso degli ushabti, “colui che risponde”, il servitore che lavora nei campi dell’aldilà e produce cibo al posto del defunto. L’immagine  dell’ ushabti è nello stesso tempo quella del signore nelle vesti di Osiride mummiforme e quella del servitore con strumenti agricoli nelle mani e sementi sulle spalle.

 Attestati già alla fine dell’Antico Regno scompariranno gradualmente nel periodo tolemaico, quando la nuova classe dirigente sarà prevalentemente greca.

L’utilità del cibo a livello sociale è attestata anche da  testi amministrativi come contratti, censimenti, resoconti di scioperi, che segnalano l’uso di alimenti come pesce, olio, verdure ma soprattutto di derrate cerealicole come paga per gli operai o come merce di scambio.

Questi oggetti, a mio vedere, non sono meno significativi per capire l’Egitto Antico, di piramidi, o della grande statuaria monumentale

Naturalmente tutto questo è solo il riflesso della quotidianità egizia, provenendo per lo più, da un contesto funerario carico di significati simbolici che a volte condizionano il  valore documentativo; ma è comunque un modo per vedere questa civiltà “più viva” di quanto si possa pensare, una civiltà che non aveva un culto dei morti, ma culti per i morti, o meglio con un ossimoro “per continuare a far vivere i morti”.

Marta Berogno

Archeologa e divulgatrice

Nata a Genova nel 1979, si laurea in Conservazione dei Beni Culturali, indirizzo archeologico orientale, presso l’università di Bologna , con una tesi in Egittologia. Nel 2008 consegue un master in ambito archeologico ( “Oriente e Occidente nell’ antichità: storia, archeologia e tradizione letteraria”) presso l’Università di Genova sempre con una dissertazione in Egittologia. Dal 2007 lavora presso il Museo Egizio di Torino come  operatore didattico specializzato  per visite guidate  e laboratori per bambini e adulti. Dal 2008 collabora anche con il Centro Studi di Egittologia e Civiltà Copta “J.F. Champollion” e l’ Accademia Aegyptica di Genova. Ha partecipato a diverse missioni archeologiche in Egitto (Luxor). Si occupa  inoltre di didattica e divulgazione.

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