iecur ficatus

Un fanciullo d’origine divina, di nome Tagete, in un giorno, insegnò l’arte divinatoria al misterioso e silenzioso popolo degli Etruschi. Per la precisione, Tarconte, che raccolse queste nozioni, gli aruspicina, era personaggio giù edotto sull’argomento (dal dio Tirreno) quindi, si può affermare che Tagete gli offrì degli approfondimenti.

I media utilizzati per la divinazione erano le viscere e soprattutto il fegato (pecora principalmente); i sacerdoti etruschi, dall’analisi condotta sull’organo e confrontata con le nozioni contenuti sui testi, avrebbero fornito le corrette interpretazioni su: le viscere delle vittime, i prodigi di vario genere e i fulmini.

Esistevano anche dei modelli di riferimento di fegato pronti per essere consultati in caso di dubbi (come si evince dalla foto che segue, il famoso fegato di Piacenza, di bronzo, ritrovato nel 1877, in un campo vicino Piacenza).

aruspici etruschi

Gli Etruschi non sono stati i primi ad attingere a questo tipo di arte divinatoria: Assiri, Babilonesi e Ittiti ad esempio, per comprendere la volontà degli dei e, in qualche modo per tentare di interpretare il futuro, si affidavano alla lettura delle interiora degli animali; il fegato risultava l’organo più “carico di informazioni”.

Nella figura a seguire, un modello “da consultazione” di fegato babilonese e dopo uno Ittiita.

fegato babilonese

La diffusione dell’arte divinatoria con l’analisi del fegato è documentata anche da un punto di vista archeologico con diversi ritrovamenti in Siria (Mari e Alalah), Palestina (Megiddo), Cilicia(tarso) e Anatolia (nella capitale dell’impero Ittita, Hattusa).

fegato ittita

La tecnica di analisi è molto complessa e sembra di leggere un trattato di fisica quantistica.

Al di là dio questo, la domanda che sorge spontanea è: ma questo materiale, una volta analizzato, che fine faceva?

Il modesto parere di chi cura questo blog è: lo mangiavano. Se la carne cruda è per gli dei, quella cotta è per gli uomini, come emerge da un testo ritrovato nei famosi archivi di Ebla.

Magari è una forzatura, ma in diverse fonti e di diverse civiltà, si allude al consumo delle offerte sacrificali. Approfondiremo il discorso in altra occasione.

Torniamo al nostro fegato: come lo cuciniamo? Alla iecur ficatus, alla vecchia maniera degli antichi italici. Con i consueti adattamenti.

Ingredienti: 400 gr di fegato di vitello. 450 gr di fichi, 1 cipolla, sale, limone e scorza di limone (aggiunta non filologica sostituibile con l’aceto “alla vecchia maniera) e pepe.

Preparazione: tagliare il fegato a listarelle e lasciarlo in acqua con il limone spremuto (o l’aceto). Pulire i fichi privandoli della buccia e tagliarli a spicchi.
Far appassire nell’olio una cipolla affettata sottilmente; unire i fichi e il fegato ben scolato; salare e far cuocere a fuoco vivo per 3 minuti mescolando, unire la scorza di limone grattugiata ed una macinata di pepe.

fichi

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