Un sarcofago in fondo al mare? (Prima pubblicazione novembre 2004)

Il resoconto di una (forse) piccola scoperta durante un’immersione a Marsa Alam

Per una lettura scevra di scetticismo su questo articolo è d’obbligo, non per manie di protagonismo, una breve presentazione del suo autore, giusto per verificare le competenze.

Effettuo immersioni subacquee dal 1992 e dal 1996 sono istruttore; ho al mio attivo circa 2000 immersioni effettuate in giro per il mondo anche se la maggioranza sono da dividersi tra la Liguria e il mar Rosso. Questa passione ha anche incontrato lo studio, in quanto ho discusso una tesi archeologica sulla Liguria bizantina, effettuando anche delle immersioni in siti dove reperire tracce che attestassero traffici commerciali marittimi e antiche strutture di porti. Premesso questo, arriviamo al succo del discorso.

Quest’estate ho deciso di fare una settimana di immersioni a Marsa Alam, in Egitto, località posta a 300 km dal confine col Sudan.

Per quanto isolato e selvaggio, il villaggio di Marsa Alam, che presenta una farmacia, una scuola, un ufficio postale e tante parabole satellitari quante le case fatiscenti, è sito in una posizione estremamente strategica, ovvero all’incrocio tra la strada che arriva/porta ad Edfu e quella costiera. Sin in epoche remote questo era il percorso tracciato da Tolomeo II come collegamento diretto tra il Mar Rosso e la Valle del Nilo, ma sicuramente ricalcava un percorso utilizzato anche in precedenza, visto che molteplici sono le attestazioni della frequentazione di questa strada: innumerevoli iscrizioni rupestri, alcune delle quali di epoca preistorica, con l’aggiunta di petroglifi che documentano spedizioni commerciali. Altre evidenze archeologiche, rinvenute nel vicino wadi Mija, attestano la presenza di un tempio, risalente a Seti I, che fa supporre l’esistenza di un villaggio di minatori, vista la presenza di cave.

Unendo la passione per le immersioni e lo studio per l’Antico Egitto ho reputato che la sperduta Marsa Alam potesse essere il luogo migliore, lontano da frotte di turisti, dove trascorre una settimana ad agosto.

Ma le sorprese non erano finite. Nonostante le difficoltà riscontrate con la polizia nel percorrere la strada che porta fino ad Edfu, dove il provvidenziale bakshih, qualche parola di arabo e il fatto di sostenere una discussione agitando le braccia sempre più in alto(questo è un segno di supremazia dialettica), ha fatto si che potessi gironzolare a fare un po’ di sopralluoghi terrestri, per le immersioni non ci sono stati intoppi di carattere burocratico.

Un’immersione in particolare ha destato la mia attenzione, e non solo per un discorso naturalistico!

A 20 km a nord di Marsa Alam, dopo circa 20 minuti di navigazione, ci si può immergere ad Elphistone, una barriera lunga e stretta che corre parallela alla costa con un perfetto allineamento nord – sud. Questa secca, come viene definita in gergo subacqueo, ovvero un rialzamento isolato e delimitato del fondale, ha un cappello (la parte più vicina alla superficie) a circa 5-7 mt per arrivare a una profondità di circa 100 mt.

Essendo un’immersione al largo della costa è ricca di incontri e non è raro incrociare lo squalo martello (incontro avvenuto) e da qualche mese i curiosi, quanto insistenti (meglio stare alla larga), longimanus.

Immergendosi verso sud e percorrendo il lato ovest della barriera, intorno ad una profondità di circa 60 mt. (questa profondità è vivamente sconsigliata a chi effettua immersioni ricreative, dove la profondità massima è di 40 metri) si incontra un arco nella scogliera, e al suo interno.

La forma che emerge dalla roccia è quella di un parallelepipedo, naturalmente tutto concrezionato, dove il corallo ha attecchito. Avendo poco tempo di permanenza a quella profondità, onde evitare fastidiose e lunghe tappe di decompressione, l’analisi velocemente condotta sulla strana forma è che poteva tranquillamente trattarsi di un elemento in origine estraneo alla barriera, e che successivamente è stato inglobato in essa. Processo che capita frequentemente con i relitti che si posizionano su fondali rocciosi.

Un sarcofago in mezzo al mare? Nulla può escluderlo e neanche accertarlo. Non restava che effettuare un’altra immersione sul sito muniti di macchina fotografica scafandrata. La difficoltà di tale immersione, sia per le correnti che per la profondità, non consente un reiterato accesso al luogo, soprattutto perché i diving programmano l’immersione a Elphistone una sola volta a settimana.

Il raccontare però di questo strano incontro al responsabile del diving, oltre a “martellare” per ore e ore il giorno successivo a effettuare un’altra immersione lì, ha consentito di poter tornare per tentare un rilievo fotografico.

Purtroppo però, un o-ring mal posizionato, ovvero una guarnizione che consente alla custodia della macchina di essere stagna, ha fatto sì che lo scafandro si allagasse e fosse così impossibile documentare per una successiva analisi a tavolino.

Il mistero di un “quasi” sarcofago di uno sconosciuto faraone rimane irrisolto.

Al prossimo viaggio l’ardua sentenza!

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